Roma che splende, mia Roma padrona del mondo.
Gli ulivi su questa collina sanno quello che noi non vediamo che in ombre, i fiori morti di quello che è stato. Terra di fuoco estirpa l'odore più intimo di questo maggio.
E' su questa collina che sono passati i sandali rotti del mercante di sale, lui che arse la pelle sulla sabbia nera e si asciugò come un' alga che essicca alla salsedine.
E' su questa terra che ha vibrato la ruvida cavigliera del servo, che con il sole allo zenit camminò attraverso il Foro cercando una spezia d'oriente.
Qua, all'ombra dei fianchi di quest'albero, aspettava il ventre tondo di una donna che irretiva i passanti-venite, venite a provare un buon vino- e si concedeva per due sesterzi- aveva due lunghe trecce, se le faceva al mattino con foglie d'ortica, ma nessuno gliele guardava, le trecce.
Noi ci sediamo qui, con il nostro peso, con il nostro essere presente, e non sappiamo che lì, dove oggi si è arenato un sassolino grigio, cadde la goccia di sudore di un bottegaio campano, che vendeva portacipria e specchi di bronzo, che aveva la barba nera come un vulcano, .
sole di cannella
mercoledì 12 marzo 2014
Frammento
Una lampadina affusolata come il petto di un usignolo se ne stava
sul suo ramo di bronzo, che usciva tutto contorto serpeggiando dal muro e
attraversava la carta da parati.
Se spingevo il bottone, quella ronzava, esitava un po’ e
alla fine due fili spelacchiati si illuminavano incandescenti nella sua pancia.
Se lo premevo di nuovo, il mondo intorno, in un puff, non
c’era più.
Rimaneva solo il balcone che sbatacchiava, la luce lunare, e
il suo raggio che tagliava un pezzo del letto di fronte al mio.
Tutti i suoi compagni -il cuscino, la sedia, l’anta sberciata dell’armadio, la
scrivania, la brocca grassa dell’acqua- non si potevano nemmeno indovinare, nel
buio, e lui invece tutto solo, si trovava sotto i riflettori.
Così, quella fetta falciata del letto, un piede dello
specchio e una scarpa nell’angolo, se ne dovevano stare immobili, perché
sapevano che se si muovevano io li potevo vedere benissimo.
La notte mi pesava addosso, era una enorme creatura
appollaiata sulla mia schiena ricurva. Se ne stava lì senza muovere un muscolo,
agganciata alle spalle del mio pigiama con le unghie, probabilmente mi scrutava
nella testa per vedere cosa pensavo. Sulle prime, tutto sommato, la lasciai fare. Col tempo divenne
abitudine, ed il controllo della notte su tutto il mio interno divenne
assoluto. Per lei ero come un calzino al rovescio:pelle, naso e occhi nascosti,
ma cuore, fegato, cervello, tutti serviti lì, proprio di fronte al suo sguardo,
e li dava in pasto ai suoi cani.
D’altronde mi faceva bene. Il mio cervello ed il mio cuore
prendevano un po’ d’aria, almeno. Di solito infatti, non li facevo vedere a
nessuno.
--Novembre 2012--
Tracce di fantasmi si potevano vedere chiaramente nei
contorni viola degli occhi, borse di pelle piene di sonno. Nello sguardo
nebuloso del signor Tagliapietra era meglio non inciampare.
Fumava quasi sempre- era raro sorprenderlo senza un
mozzicone in bocca o strozzato fra le dita- e ad ogni tiro che aspirava la
sigaretta si consumava, indietreggiava, rimpiccioliva, e con lei anche il
signor Tagliapietra pareva farsi più piccolo e smussato.
Quando stava per arrivare una tempesta, e le acque della
laguna si gonfiavano come lenzuola al vento, egli usciva dal suo negozio
tenendosi la gamba destra, guardava in alto e diceva che se lo sentiva fin
nelle ossa,lui, che per le quattro del pomeriggio avrebbe piovuto di certo.
La mattina, di buon ora, il signor Tagliapietra alzava le
serrande del suo negozio, che stava proprio al limitare di Calle dei Botteri,
lì dove il vicolo si apriva sul Canal Grande. Dalle finestre dell’appartamento,
che distava dal negozio non più di cinque metri e tre piani dal suolo, potevo
distinguere nettamente la processione d’apertura ( prima, dal silenzio
dell’alba, si sentivano le scarpe del signor Tagliapietra, toc, toc- portava
ancora le vecchie scarpe con le suole in legno- poi si fermavano i passi, e
qualche volta che sbirciai oltre i vetri lo vidi che si piazzava di fronte al
suo negozio, aspirava dalla sigaretta, guardava la nebbiolina sul canale, e poi
gettava il mozzicone e ci faceva roteare sopra la punta del piede; a questo
punto il signor Tagliapietra cercava le chiavi nelle tasche, tin tin tin, issava
la serranda frantumando il silenzio, e si chiudeva alle spalle la porta del suo
negozietto, lasciando dietro di sè uno scampanellio).
Il signor Tagliapietra non amava parlare, non amava i
curiosi che si spingevano sino alla fine delle calle, non sopportava i turisti
che fotografavano la sua vetrina- e tanto meno quelli che gli chiedevano di
fare una foto assieme a lui- in realtà, non credo che gli piacesse nessuno in
generale, men che meno i suoi clienti. Io non ci avevo mai parlato, ma mi
piaceva osservarlo e vedere i suoi lavori. Mi piaceva anche l’odore di colla da
tappezziere che usciva sempre dalla sua bottega, il suono ruvido e polveroso della sua voce, il rumore della pialla sul legno. Il signor Tagliapietra faceva maschere.
Delle bellissime maschere Veneziane.
Se ti formicolano i piedi
Eugenio le scarpe non se le metteva più.
Non se le metteva più le scarpe, aveva deciso così. Iniziava quel giorno una nuova settimana e Eugenio voleva cominciare con lei una vita nuova.
Quando un raggio di sole in vena di scherzare lo svegliò con un insistente solletico al naso un'ora prima che suonasse la sveglia, lui si rigirò nel letto, sbuffò, si rigirò ancora, e un pensiero gli si fece avanti svogliatamente- e doveva suonare più o meno così :" Che barba, che barba il Lunedì"- ma non appena ebbe finito di pensarlo, questo pensiero, qualcosa di strano accadde: qualcosa lo stava risalendo tutto, un non so chè, un insettino, un formicolio, un caldo formicolio che gli si arrampicava per tutta la gamba partendo dai talloni, e gli finiva dritto nella pancia.
Erano i suoi piedi.
Scodinzolavano loro, non vedevano l'ora di alzarsi! Di lasciare il nido ed esplorare la moquette e le piastrelle, e chissà quali altre meraviglie, via! Via dall'involucro del letto!
Ora Eugenio ricordava. Era il primo giorno di libertà per i suoi piedi.
Doveva svegliarsi. Si rizzò e si mise a sedere stropicciandosi gli occhi pieni di sonno, scacciò con la mano i sogni viscosi che gli si erano impigliati nei capelli e che avevano fatto il nido dietro le orecchie, e si grattò la testa: ora era pronto per iniziare la giornata.
Un attimo, un attimo! Rideva con tenerezza, state buoni su ora usciamo!
L'acqua era fresca e usciva con un certo piacere dal lavandino del bagno. Eugenio ne prese un po' con le mani giunte a coppa e se la buttò sul viso, sentendo scivolare le ultime piccole ventose con cui il sonno si aggrappava all'angolo degli occhi. L'acqua gli seguì teneramente tutte le rughe d'espressione, una ad una e poi ricadde e se ne tornò nel lavandino. Lo specchio del bagno era proprio contento per i piedi di Eugenio e si sforzò con complicate acrobazie per mostrargli il suo profilo più bello- intanto così faceva rimbalzare palline di luce per tutta la stanza, tanto che il frigorifero dalla cucina decise di ribattere con un colpo incrociato e prendersi la rivincita per la partita del giorno prima. Persino il tappeto si dimostrò più gentile, lui sempre così stizzoso: quella mattina quando Eugenio passò gli fece solo uno sgambetto! E nemmeno dei più forti.
Insomma tutto pareva sorridere a Eugenio che si preparava per uscire, che si preparava per il primo giorno di libertà non solo dei suoi piedi, ma anche suo! Perchè infondo quella era stata una sua libera decisione, e in quanto tale lo rendeva libero. Infilata una manica della giacca- e anche l'altra- afferrò le chiavi di casa che svolazzavano pigre intorno al lampadario e marciò verso la porta.
Il suo paio di mocassini neri era rimasto lì, dove Eugenio l'avevo lasciato furioso due giorni prima. Accanto al portone i due mocassini di pelle, con i lacci slacciati e le punte sberciate, non si erano mossi di un millimetro; anzi, fronteggiavano fieri l'ombra di Eugenio e gli mostravano il muso con asprezza, ma senza dire una parola. Immobili.
Eugenio li guardò a lungo, pareva molto concentrato. Chiuse le mani in due pugni, serrò gli occhi per un attimo e quando li riaprì, non v'era più traccia del desiderio di ficcare quei mocassini nella gola del tritarifiuti. Si limitò infine a sorpassarli, quasi con disgusto- e il suo piede sinistro, da sempre il più intraprendente, fece segno di sputare per terra proprio vicino alle scarpe, poco prima di varcare la soglia.
Eugenio finalmente uscì di casa.
Il pollicione fremeva, le piante dei piedi, quelle, ah quelle erano tutto un fruscio! Nei loro petticini di piede i loro cuori di piede battevano fortissimo. Eccolo. Il primo passo. Eugenio fece il primo passo.
E fu un'esplosione di sapori. C'era l'asfalto e Eugenio lo sentiva, era caldo, e rugoso e ondeggiava appena respirando con la città che vibrava. Il dorso della strada scambiava molecole con la sua pelle, erano due liquidi in fusione: non solo si toccavano, ma diventavano l'uno parte dell'altro.
Eugenio stava bene. Anzi, stava benissimo. Quasi si commosse quando pestò il gambo fresco di un fiorellino violaceo urbano, che spuntava tra le due mattonelle sdentate di fronte al semaforo del primo incrocio.
Cominciò persino a risuonargli in testa un ritmo allegro, tu, tu-tum, para-tara-ta-ta-tum.. Se lo canticchiava schioccando le labbra, era come succhiare una arancia. Ci aggiunse anche il tintinnio sincopato delle sue chiavi, tin-tin-chicchic-tin. Si, suonava bene. Poi il piede, pat-pat, sull'asfalto riscaldato dal sole, e una occasionale manata ben assestata sulla zucca pelata di un passante, che ha quel suono lucido, quel non so che di perfettamente intonato ad un mattino di sole.
Non se le metteva più le scarpe, aveva deciso così. Iniziava quel giorno una nuova settimana e Eugenio voleva cominciare con lei una vita nuova.
Quando un raggio di sole in vena di scherzare lo svegliò con un insistente solletico al naso un'ora prima che suonasse la sveglia, lui si rigirò nel letto, sbuffò, si rigirò ancora, e un pensiero gli si fece avanti svogliatamente- e doveva suonare più o meno così :" Che barba, che barba il Lunedì"- ma non appena ebbe finito di pensarlo, questo pensiero, qualcosa di strano accadde: qualcosa lo stava risalendo tutto, un non so chè, un insettino, un formicolio, un caldo formicolio che gli si arrampicava per tutta la gamba partendo dai talloni, e gli finiva dritto nella pancia.
Erano i suoi piedi.
Scodinzolavano loro, non vedevano l'ora di alzarsi! Di lasciare il nido ed esplorare la moquette e le piastrelle, e chissà quali altre meraviglie, via! Via dall'involucro del letto!
Ora Eugenio ricordava. Era il primo giorno di libertà per i suoi piedi.
Doveva svegliarsi. Si rizzò e si mise a sedere stropicciandosi gli occhi pieni di sonno, scacciò con la mano i sogni viscosi che gli si erano impigliati nei capelli e che avevano fatto il nido dietro le orecchie, e si grattò la testa: ora era pronto per iniziare la giornata.
Un attimo, un attimo! Rideva con tenerezza, state buoni su ora usciamo!
L'acqua era fresca e usciva con un certo piacere dal lavandino del bagno. Eugenio ne prese un po' con le mani giunte a coppa e se la buttò sul viso, sentendo scivolare le ultime piccole ventose con cui il sonno si aggrappava all'angolo degli occhi. L'acqua gli seguì teneramente tutte le rughe d'espressione, una ad una e poi ricadde e se ne tornò nel lavandino. Lo specchio del bagno era proprio contento per i piedi di Eugenio e si sforzò con complicate acrobazie per mostrargli il suo profilo più bello- intanto così faceva rimbalzare palline di luce per tutta la stanza, tanto che il frigorifero dalla cucina decise di ribattere con un colpo incrociato e prendersi la rivincita per la partita del giorno prima. Persino il tappeto si dimostrò più gentile, lui sempre così stizzoso: quella mattina quando Eugenio passò gli fece solo uno sgambetto! E nemmeno dei più forti.
Insomma tutto pareva sorridere a Eugenio che si preparava per uscire, che si preparava per il primo giorno di libertà non solo dei suoi piedi, ma anche suo! Perchè infondo quella era stata una sua libera decisione, e in quanto tale lo rendeva libero. Infilata una manica della giacca- e anche l'altra- afferrò le chiavi di casa che svolazzavano pigre intorno al lampadario e marciò verso la porta.
Il suo paio di mocassini neri era rimasto lì, dove Eugenio l'avevo lasciato furioso due giorni prima. Accanto al portone i due mocassini di pelle, con i lacci slacciati e le punte sberciate, non si erano mossi di un millimetro; anzi, fronteggiavano fieri l'ombra di Eugenio e gli mostravano il muso con asprezza, ma senza dire una parola. Immobili.
Eugenio li guardò a lungo, pareva molto concentrato. Chiuse le mani in due pugni, serrò gli occhi per un attimo e quando li riaprì, non v'era più traccia del desiderio di ficcare quei mocassini nella gola del tritarifiuti. Si limitò infine a sorpassarli, quasi con disgusto- e il suo piede sinistro, da sempre il più intraprendente, fece segno di sputare per terra proprio vicino alle scarpe, poco prima di varcare la soglia.
Eugenio finalmente uscì di casa.
Il pollicione fremeva, le piante dei piedi, quelle, ah quelle erano tutto un fruscio! Nei loro petticini di piede i loro cuori di piede battevano fortissimo. Eccolo. Il primo passo. Eugenio fece il primo passo.
E fu un'esplosione di sapori. C'era l'asfalto e Eugenio lo sentiva, era caldo, e rugoso e ondeggiava appena respirando con la città che vibrava. Il dorso della strada scambiava molecole con la sua pelle, erano due liquidi in fusione: non solo si toccavano, ma diventavano l'uno parte dell'altro.
Eugenio stava bene. Anzi, stava benissimo. Quasi si commosse quando pestò il gambo fresco di un fiorellino violaceo urbano, che spuntava tra le due mattonelle sdentate di fronte al semaforo del primo incrocio.
Cominciò persino a risuonargli in testa un ritmo allegro, tu, tu-tum, para-tara-ta-ta-tum.. Se lo canticchiava schioccando le labbra, era come succhiare una arancia. Ci aggiunse anche il tintinnio sincopato delle sue chiavi, tin-tin-chicchic-tin. Si, suonava bene. Poi il piede, pat-pat, sull'asfalto riscaldato dal sole, e una occasionale manata ben assestata sulla zucca pelata di un passante, che ha quel suono lucido, quel non so che di perfettamente intonato ad un mattino di sole.
Quando poi arrivò l'alba - Segmento 1 -
Il signor Hermann si svegliò all’improvviso, alle 3.03
del mattino.
Un tuono era scoppiato giusto accanto al tetto sotto
cui dormiva, e la pioggia aveva iniziato a bussare insistente alla finestra.
Decise di usare questo accaduto a suo favore: si sarebbe accoccolato bene fra
le coperte e avrebbe ritrovato il filo del sonno accompagnato dal ritmo delle
gocce sul balcone. Perciò, il signor Hermann si rigirò, sprimacciò il cuscino e
si sentì di nuovo dell’umore giusto per sognare.
Nella sua testolina un po’ stempiata stavano già
prendendo forma le foreste di conifere, la nebbiolina dei mattini su al Nord,
la vecchia casa luminosa sulla scogliera; quando qualcos’altro piombò nel suo
dormiveglia e lo trascinò alla realtà per il colletto del pigiama: stavolta non
era solo la pioggia a bussare.
Il signor Hermann saltò giù dal letto un po’ allarmato-
non eran certo ore in cui bussare alla gente quelle- e si infilò la vestaglia.
Fece un passettino sulla moquette lanosa, ma poi restò immobile in ascolto: il
rumore pareva essere cessato. Forse un ramo aveva sbattuto contro i vetri e
lui, suscettibile com’era, l’aveva preso per tutt’altra cosa. Ma si, certo.
Fece quasi in tempo a concedersi un sorriso benevolo,
quando due colpi secchi spezzarono di nuovo l’aria, e questa volta non
lasciavano spazio ad alcun dubbio: qualcuno bussava alla porta della sua camera.
Con uno scricchiolo si crepò la bolla di sonno che aleggiava ancora intorno
alla testa del signor Hermann, il quale, con i capelli scompigliati di cuscino,
si avvicinò guardingo alla maniglia della porta. Si legò la vestaglia con un
nodo doppio- che subito ritornò ad essere uno, perché anche la vestaglia aveva
un sonno dannato- e aprì, di appena uno spiraglio, l’uscio di frassino imbiancato.
Da quella fessurina riuscì ad intravedere solo una fetta di pavimento bordeaux
ed un piede costretto in delle scarpe
nere, che non nascosero affatto il movimento imbarazzato del pollicione quando
l’uomo, che possedeva quel piede, notò il naso del signor Hermann spiarlo con
diffidenza.
-Signore.. signor Hermann, è arrivato un telegramma
urgente da Belcorno,mi spiace disturbarla a quest’ora della notte.
- Ma cosa sta vaneggiando? Non conosco nessuno a
Belcorno, io! Ma una cosa è certa: lei mi ha disturbato- E il signor Hermann
pensò bene di sottolineare le ultime parole pronunciandole quasi in un soffio e
strizzando gli occhi.
- Certo signore, mi scusi ancora.. ma mi è stato detto
di consegnarlo con effetto immediato e di persona.
Le scarpe si lasciarono sfuggire un altro movimento del
pollicione.
Il signor Hermann si trovò costretto ad allargare lo
spiraglio: ora poteva osservare in tutto il suo pallore lunare il viso magro
del consierge, notturno come quello di un pipistrello albino. La porta si
poteva dire quasi aperta.
-Dia qui- fece allora il signor Hermann al tizio
dell’albergo.
Quello non fece nemmeno in tempo a porgere il bigliettino,
che il vecchio stizzito gliel’aveva già strappato dalle mani. Fece un mezzo
gesto, forse tentando di spiccicare un prego- senza aver affatto sentito un
grazie- o magari un accennato “ Dorma bene signor Her..”. In ogni caso, nessuna
delle due cose finì di essere pronunciata, perché con un secco slam, la porta
fu richiusa e la luce mielata del corridoio fu risucchiata tutta via. Rimasero
solo frammenti lucenti di temporale sparsi per il pavimento.
Seduto sulla fetta del letto illuminata dai lampi, il
signor Hermann teneva fra le dita il biglietto appena consegnatoli, ma non lo
apriva. Si passò una mano sulla testolina, coperta da una rada peluria di neve,
e decise di non indugiare oltre: le sue manine si intrufolarono nella busta con
l’ansia di una creaturina dei boschi quando si fa sera. Per lui le cose non
erano affatto, affatto chiare, e già le sue sottili narici a conchiglia stavano
per fiutarci del bruciato.
“Egregio signor Hermann, la preghiamo di
contattare il prima possibile l’avvocato Iannini,
Calle della Mandorla n° 6823, Sestiere
dell’Orso, Nezevia, Belcorno, per questioni urgenti riguardo…”
Macchè questioni, macchè Iannini! Non capisco, proprio
non capisco.
Al signor Hermann tutta quella storia non piaceva
affatto: tanto per cominciare non gli piaceva essere disturbato nel mezzo della
notte, non aveva alcuna simpatia per i telegrammi urgenti, e di certo non amava
quelli che giungevano da paesi con i quali non sentiva d’avere nulla a che
fare, tantomeno se erano misteriosi.
Si rese conto, a questo punto, di avere due scelte: la
prima, tornare a dormire, poggiare la busta sul comodino senza proseguire oltre
la lettura e lasciare che a occuparsi della cosa fosse la sua nota vena cinica,
che sarebbe giunta di certo non appena si fosse fatto giorno. Sapeva però che
non appena poggiata la testa sul cuscino, i bagliori della tempesta avrebbero illuminato
la misteriosa missiva sul mobile di corno, che intanto si sarebbe fatta sempre
più grande nell’ombra, tanto grande da divorarselo in un sol boccone. La
seconda possibilità era, invece, finire tutto d’un fiato il telegramma. E
dopo.. e dopo chi lo sa.
Il signor Hermann optò per la seconda.
“.. per questioni urgenti riguardo al baron
Ludovico Maria Hermann Naso di Pietra, il quale è deceduto il giorno 5 del
Gennaio del corrente anno. Con sentite condoglianze e una pacca di cordoglio sulla
spalla, è invitato a presentarsi il giorno 15 Febbraio allo studio
dell’avvocato sopracitato. Saluti cordiali”
Doveva essere uno scherzo della zia Augusta. Non era
nemmeno tanto certo di aver mai avuto uno zio o un nonno che si chiamasse
Ludovico. O uno sbaglio! D’altronde di Hermann ce ne dovevano essere parecchi
nel suo paese. Di certo qualche addetto assonnato al banco delle poste aveva
scambiato un indirizzo per un altro! E come avevano fatto a trovarlo, poi? Chi
aveva detto in quale albergo stava? Ma certo. Inga! Quella pettegola di una
cameriera danese.
Non ci stava capendo proprio un bel niente in tutta
quella faccenda.
Rilesse il telegramma un paio di volte, lo girò, lo
rigirò ancora, provò persino a leggerlo al contrario ma non cavò un ragno dal
buco. Si infilò di nuovo sotto le coperte, ma sapeva bene che non avrebbe più
acciuffato il sonno. Ripensava e ripensava a quel nome, a sua madre, alle
vecchie storie a cui nessuno fa mai attenzione, perché diamine, mai ci si
aspetterebbe di dover un giorno ritirarle fuori. Sbuffando e rigirandosi, e
cambiando ogni minuto posizione, il piccolo omino, che era il signor Hermann si
capisce, non riusciva a contenere la sua agitazione e si sforzava di svuotare
la mente invano; imperterriti sogni e pensieri maldestri gli nascevano dalla
base della nuca, e così rimaneva a guardarli, loro bolle di sapone, volteggiargli
intorno anche se avrebbe voluto farli scoppiare tutti- e ci provò, allungand un
dito secco come un rametto.
giovedì 23 maggio 2013
I pensieri sono zenzero selvatico
C'è una patina sottile oggi sulla città,
l'acqua ribolle
- la senti?.
Vorrei arrotolare attorno ai polsi
le alghe che seccano al sole,
restare come un serpente sugli scogli,
e farmi sale.
Mangio silenzio,
mi riempie e poi mi divora.
Andiamo, vieni,
pesteremo la terra calda a piedi nudi,
bruciamo come fiaccole.
Sarà cenere di pensieri,
grigia come la stella del vespro.
I nostri pensieri sono segreti come zenzero selvatico,
nasce silenzioso lui, nell'acqua calda.
domenica 21 aprile 2013
Vorrei vedere le lucciole
É bello decidere di andare a fare una passeggiata.
Ero felice. Abbiamo iniziato a camminare, piano piano, e l' aria era bella calda e delicata. Una chiesetta abbandonata dormiva ai piedi della collina, con i vetri opachi e polverosi aperti come occhietti di fanciulla sulla campagna, e sottili si facevano baciare dal sole, chiesetta solitaria, casa dell' edera e delle farfalle notturne.
Io ero tutta sporca di gelato, e facevo la bambina , e tu ridevi e mi davi un bacio. I nostri baci sapevano di fiore. La stradina saliva solleticando la collina, e noi sotto il sole- che ci accarezzava come fa coi gatti- additavamo le distese di fiori azzurri e gialli, i lampioni pieni di goccioline di sole, il castello vicino sempre di più e il pozzo con la carrucola che cigolava. Tepore sulle nostre pelli di caramello e sulle case di mattoni rossi e di pietra viva, dove l'edera si arrampicava e si aprivano vanitosi grandi fiori.
( Qualcuno ci ha guardati mentre risalivamo la collina, perché è bello guardare le persone innamorate).
Spiavamo noi, divertiti e pieni di meraviglia, oltre le siepi ed il cancello, dove c'erano sentieri disegnati nell'erba pigra , ed il castello si stiracchiava con le sue strane farfalle assopite sui cespugli. Guarda guarda che bello. Senti senti: è scomparso il rumore delle macchine, qui canta solo il vento quando vuole, mentre soffia fra le foglie già verdi e addormenta le pecore distese sull'erba fresca.
Sorridono le viti e le colline intorno, sorride la terra che dà buon vino.
Il cielo si annuvola, ma il sole è ancora più dorato e caldo. Piccole mura abbandonate di case selvagge spuntano tra l'erba alta, il sottobosco ha un buon odore. Nella nostra acerba giovinezza immaginiamo un tempo futuro, e ci piace il sapore delle nostre parole.
Vogliamo una casa dove ci si lava con l'acqua piovana scottata dal sole.
Io leggeró sotto gli alberi e mi faró una sciarpa rossa come le foglie per l'autunno, tu correrai per i sentieri e guarderai l'alba e pianterai una bellissima mimosa a primavera. Io scriverò e cammineró fra le viti, con un gatto che fa le fusa e rincorre le lucciole quando si fa sera- sarebbe bello eh vedere le lucciole? -, tu insegnerai ad un cane a parlare e comprerai una chitarra o un mandolino per suonare.
Ridiamo delle nostre promesse- ridiamo amore che è bello e non costa nulla.
Voglio vivere in un posto in cui il sole è felice e la pioggia è una benedizione, voglio vivere in un posto in cui il vino si fa ancora pestando l'uva coi piedi.
Un tuono borbotta oltre la collina- lí, lí infondo, vedi? Sentilo come canta!- e tutto fruscia mentre noi ci stringiamo, fa un po' più freddo ora. Aspettiamo che la pioggia ci colga fresca lungo la strada del ritorno.
Ero felice. Abbiamo iniziato a camminare, piano piano, e l' aria era bella calda e delicata. Una chiesetta abbandonata dormiva ai piedi della collina, con i vetri opachi e polverosi aperti come occhietti di fanciulla sulla campagna, e sottili si facevano baciare dal sole, chiesetta solitaria, casa dell' edera e delle farfalle notturne.
Io ero tutta sporca di gelato, e facevo la bambina , e tu ridevi e mi davi un bacio. I nostri baci sapevano di fiore. La stradina saliva solleticando la collina, e noi sotto il sole- che ci accarezzava come fa coi gatti- additavamo le distese di fiori azzurri e gialli, i lampioni pieni di goccioline di sole, il castello vicino sempre di più e il pozzo con la carrucola che cigolava. Tepore sulle nostre pelli di caramello e sulle case di mattoni rossi e di pietra viva, dove l'edera si arrampicava e si aprivano vanitosi grandi fiori.
( Qualcuno ci ha guardati mentre risalivamo la collina, perché è bello guardare le persone innamorate).
Spiavamo noi, divertiti e pieni di meraviglia, oltre le siepi ed il cancello, dove c'erano sentieri disegnati nell'erba pigra , ed il castello si stiracchiava con le sue strane farfalle assopite sui cespugli. Guarda guarda che bello. Senti senti: è scomparso il rumore delle macchine, qui canta solo il vento quando vuole, mentre soffia fra le foglie già verdi e addormenta le pecore distese sull'erba fresca.
Sorridono le viti e le colline intorno, sorride la terra che dà buon vino.
Il cielo si annuvola, ma il sole è ancora più dorato e caldo. Piccole mura abbandonate di case selvagge spuntano tra l'erba alta, il sottobosco ha un buon odore. Nella nostra acerba giovinezza immaginiamo un tempo futuro, e ci piace il sapore delle nostre parole.
Vogliamo una casa dove ci si lava con l'acqua piovana scottata dal sole.
Io leggeró sotto gli alberi e mi faró una sciarpa rossa come le foglie per l'autunno, tu correrai per i sentieri e guarderai l'alba e pianterai una bellissima mimosa a primavera. Io scriverò e cammineró fra le viti, con un gatto che fa le fusa e rincorre le lucciole quando si fa sera- sarebbe bello eh vedere le lucciole? -, tu insegnerai ad un cane a parlare e comprerai una chitarra o un mandolino per suonare.
Ridiamo delle nostre promesse- ridiamo amore che è bello e non costa nulla.
Voglio vivere in un posto in cui il sole è felice e la pioggia è una benedizione, voglio vivere in un posto in cui il vino si fa ancora pestando l'uva coi piedi.
Un tuono borbotta oltre la collina- lí, lí infondo, vedi? Sentilo come canta!- e tutto fruscia mentre noi ci stringiamo, fa un po' più freddo ora. Aspettiamo che la pioggia ci colga fresca lungo la strada del ritorno.
Iscriviti a:
Commenti (Atom)