mercoledì 12 marzo 2014

Se ti formicolano i piedi

Eugenio le scarpe non se le metteva più.
Non se le metteva più le scarpe, aveva deciso così. Iniziava quel giorno una nuova settimana e Eugenio voleva cominciare con lei una vita nuova.
Quando un raggio di sole in vena di scherzare lo svegliò con un insistente solletico al naso un'ora prima che suonasse la sveglia, lui si rigirò nel letto, sbuffò, si rigirò ancora, e un pensiero gli si fece avanti svogliatamente- e doveva suonare più o meno così :" Che barba, che barba il Lunedì"- ma non appena ebbe finito di pensarlo, questo pensiero, qualcosa di strano accadde: qualcosa lo stava risalendo tutto, un non so chè, un insettino, un formicolio, un caldo formicolio che gli si arrampicava per tutta la gamba partendo dai talloni, e gli finiva dritto nella pancia.
Erano i suoi piedi.
Scodinzolavano loro, non vedevano l'ora di alzarsi! Di lasciare il nido ed esplorare la moquette e le piastrelle, e chissà quali altre meraviglie, via! Via dall'involucro del letto!
Ora Eugenio ricordava. Era il primo giorno di libertà per i suoi piedi.
Doveva svegliarsi. Si rizzò e si mise a sedere stropicciandosi gli occhi pieni di sonno, scacciò con la mano i sogni viscosi che gli si erano impigliati nei capelli e che avevano fatto il nido dietro le orecchie, e si grattò la testa: ora era pronto per iniziare la giornata.
Un attimo, un attimo! Rideva con tenerezza, state buoni su ora usciamo!
L'acqua era fresca e usciva con un certo piacere dal lavandino del bagno. Eugenio ne prese un po' con le mani giunte a coppa e se la buttò sul viso, sentendo scivolare le ultime piccole ventose con cui il sonno si aggrappava all'angolo degli occhi. L'acqua gli seguì teneramente tutte le rughe d'espressione, una ad una e poi ricadde e se ne tornò nel lavandino. Lo specchio del bagno era proprio contento per i piedi di Eugenio e si sforzò con complicate acrobazie per mostrargli il suo profilo più bello- intanto così faceva rimbalzare palline di luce per tutta la stanza, tanto che il frigorifero dalla cucina decise di ribattere con un colpo incrociato e prendersi la rivincita per la partita del giorno prima. Persino il tappeto si dimostrò più gentile, lui sempre così stizzoso: quella mattina quando Eugenio passò gli fece solo uno sgambetto! E nemmeno dei più forti.
Insomma tutto pareva sorridere a Eugenio che si preparava per uscire, che si preparava per il primo giorno di libertà non solo dei suoi piedi, ma anche suo! Perchè infondo quella era stata una sua libera decisione, e in quanto tale lo rendeva libero. Infilata una manica della giacca- e anche l'altra- afferrò le chiavi di casa che svolazzavano pigre intorno al lampadario e marciò verso la porta.
Il suo paio di mocassini neri era rimasto lì, dove Eugenio l'avevo lasciato furioso due giorni prima. Accanto al portone i due mocassini di pelle, con i lacci slacciati e le punte sberciate, non si erano mossi di un millimetro; anzi, fronteggiavano fieri l'ombra di Eugenio e gli mostravano il muso con asprezza, ma senza dire una parola. Immobili.
Eugenio li guardò a lungo, pareva molto concentrato. Chiuse le mani in due pugni, serrò gli occhi per un attimo e quando li riaprì, non v'era più traccia del desiderio di ficcare quei mocassini nella gola del tritarifiuti. Si limitò infine a sorpassarli, quasi con disgusto- e il suo piede sinistro, da sempre il più intraprendente, fece segno di sputare per terra proprio vicino alle scarpe, poco prima di varcare la soglia.
Eugenio finalmente uscì di casa.
Il pollicione fremeva, le piante dei piedi, quelle, ah quelle erano tutto un fruscio! Nei loro petticini di piede i loro cuori di piede battevano fortissimo. Eccolo. Il primo passo. Eugenio fece il primo passo.
E fu un'esplosione di sapori. C'era l'asfalto e Eugenio lo sentiva, era caldo, e rugoso e ondeggiava appena respirando con la città che vibrava. Il dorso della strada scambiava molecole con la sua pelle, erano due liquidi in fusione: non solo si toccavano, ma diventavano l'uno parte dell'altro.
Eugenio stava bene. Anzi, stava benissimo. Quasi si commosse quando pestò il gambo fresco di un fiorellino violaceo urbano, che spuntava tra le due mattonelle sdentate di fronte al semaforo del primo incrocio.
Cominciò persino a risuonargli in testa un ritmo allegro, tu, tu-tum, para-tara-ta-ta-tum.. Se lo canticchiava schioccando le labbra, era come succhiare una arancia. Ci aggiunse anche il tintinnio sincopato delle sue chiavi, tin-tin-chicchic-tin. Si, suonava bene. Poi il piede, pat-pat, sull'asfalto riscaldato dal sole, e una occasionale manata ben assestata sulla zucca pelata di un passante, che ha quel suono lucido, quel non so che di perfettamente intonato ad un mattino di sole.

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