Il signor Hermann si svegliò all’improvviso, alle 3.03
del mattino.
Un tuono era scoppiato giusto accanto al tetto sotto
cui dormiva, e la pioggia aveva iniziato a bussare insistente alla finestra.
Decise di usare questo accaduto a suo favore: si sarebbe accoccolato bene fra
le coperte e avrebbe ritrovato il filo del sonno accompagnato dal ritmo delle
gocce sul balcone. Perciò, il signor Hermann si rigirò, sprimacciò il cuscino e
si sentì di nuovo dell’umore giusto per sognare.
Nella sua testolina un po’ stempiata stavano già
prendendo forma le foreste di conifere, la nebbiolina dei mattini su al Nord,
la vecchia casa luminosa sulla scogliera; quando qualcos’altro piombò nel suo
dormiveglia e lo trascinò alla realtà per il colletto del pigiama: stavolta non
era solo la pioggia a bussare.
Il signor Hermann saltò giù dal letto un po’ allarmato-
non eran certo ore in cui bussare alla gente quelle- e si infilò la vestaglia.
Fece un passettino sulla moquette lanosa, ma poi restò immobile in ascolto: il
rumore pareva essere cessato. Forse un ramo aveva sbattuto contro i vetri e
lui, suscettibile com’era, l’aveva preso per tutt’altra cosa. Ma si, certo.
Fece quasi in tempo a concedersi un sorriso benevolo,
quando due colpi secchi spezzarono di nuovo l’aria, e questa volta non
lasciavano spazio ad alcun dubbio: qualcuno bussava alla porta della sua camera.
Con uno scricchiolo si crepò la bolla di sonno che aleggiava ancora intorno
alla testa del signor Hermann, il quale, con i capelli scompigliati di cuscino,
si avvicinò guardingo alla maniglia della porta. Si legò la vestaglia con un
nodo doppio- che subito ritornò ad essere uno, perché anche la vestaglia aveva
un sonno dannato- e aprì, di appena uno spiraglio, l’uscio di frassino imbiancato.
Da quella fessurina riuscì ad intravedere solo una fetta di pavimento bordeaux
ed un piede costretto in delle scarpe
nere, che non nascosero affatto il movimento imbarazzato del pollicione quando
l’uomo, che possedeva quel piede, notò il naso del signor Hermann spiarlo con
diffidenza.
-Signore.. signor Hermann, è arrivato un telegramma
urgente da Belcorno,mi spiace disturbarla a quest’ora della notte.
- Ma cosa sta vaneggiando? Non conosco nessuno a
Belcorno, io! Ma una cosa è certa: lei mi ha disturbato- E il signor Hermann
pensò bene di sottolineare le ultime parole pronunciandole quasi in un soffio e
strizzando gli occhi.
- Certo signore, mi scusi ancora.. ma mi è stato detto
di consegnarlo con effetto immediato e di persona.
Le scarpe si lasciarono sfuggire un altro movimento del
pollicione.
Il signor Hermann si trovò costretto ad allargare lo
spiraglio: ora poteva osservare in tutto il suo pallore lunare il viso magro
del consierge, notturno come quello di un pipistrello albino. La porta si
poteva dire quasi aperta.
-Dia qui- fece allora il signor Hermann al tizio
dell’albergo.
Quello non fece nemmeno in tempo a porgere il bigliettino,
che il vecchio stizzito gliel’aveva già strappato dalle mani. Fece un mezzo
gesto, forse tentando di spiccicare un prego- senza aver affatto sentito un
grazie- o magari un accennato “ Dorma bene signor Her..”. In ogni caso, nessuna
delle due cose finì di essere pronunciata, perché con un secco slam, la porta
fu richiusa e la luce mielata del corridoio fu risucchiata tutta via. Rimasero
solo frammenti lucenti di temporale sparsi per il pavimento.
Seduto sulla fetta del letto illuminata dai lampi, il
signor Hermann teneva fra le dita il biglietto appena consegnatoli, ma non lo
apriva. Si passò una mano sulla testolina, coperta da una rada peluria di neve,
e decise di non indugiare oltre: le sue manine si intrufolarono nella busta con
l’ansia di una creaturina dei boschi quando si fa sera. Per lui le cose non
erano affatto, affatto chiare, e già le sue sottili narici a conchiglia stavano
per fiutarci del bruciato.
“Egregio signor Hermann, la preghiamo di
contattare il prima possibile l’avvocato Iannini,
Calle della Mandorla n° 6823, Sestiere
dell’Orso, Nezevia, Belcorno, per questioni urgenti riguardo…”
Macchè questioni, macchè Iannini! Non capisco, proprio
non capisco.
Al signor Hermann tutta quella storia non piaceva
affatto: tanto per cominciare non gli piaceva essere disturbato nel mezzo della
notte, non aveva alcuna simpatia per i telegrammi urgenti, e di certo non amava
quelli che giungevano da paesi con i quali non sentiva d’avere nulla a che
fare, tantomeno se erano misteriosi.
Si rese conto, a questo punto, di avere due scelte: la
prima, tornare a dormire, poggiare la busta sul comodino senza proseguire oltre
la lettura e lasciare che a occuparsi della cosa fosse la sua nota vena cinica,
che sarebbe giunta di certo non appena si fosse fatto giorno. Sapeva però che
non appena poggiata la testa sul cuscino, i bagliori della tempesta avrebbero illuminato
la misteriosa missiva sul mobile di corno, che intanto si sarebbe fatta sempre
più grande nell’ombra, tanto grande da divorarselo in un sol boccone. La
seconda possibilità era, invece, finire tutto d’un fiato il telegramma. E
dopo.. e dopo chi lo sa.
Il signor Hermann optò per la seconda.
“.. per questioni urgenti riguardo al baron
Ludovico Maria Hermann Naso di Pietra, il quale è deceduto il giorno 5 del
Gennaio del corrente anno. Con sentite condoglianze e una pacca di cordoglio sulla
spalla, è invitato a presentarsi il giorno 15 Febbraio allo studio
dell’avvocato sopracitato. Saluti cordiali”
Doveva essere uno scherzo della zia Augusta. Non era
nemmeno tanto certo di aver mai avuto uno zio o un nonno che si chiamasse
Ludovico. O uno sbaglio! D’altronde di Hermann ce ne dovevano essere parecchi
nel suo paese. Di certo qualche addetto assonnato al banco delle poste aveva
scambiato un indirizzo per un altro! E come avevano fatto a trovarlo, poi? Chi
aveva detto in quale albergo stava? Ma certo. Inga! Quella pettegola di una
cameriera danese.
Non ci stava capendo proprio un bel niente in tutta
quella faccenda.
Rilesse il telegramma un paio di volte, lo girò, lo
rigirò ancora, provò persino a leggerlo al contrario ma non cavò un ragno dal
buco. Si infilò di nuovo sotto le coperte, ma sapeva bene che non avrebbe più
acciuffato il sonno. Ripensava e ripensava a quel nome, a sua madre, alle
vecchie storie a cui nessuno fa mai attenzione, perché diamine, mai ci si
aspetterebbe di dover un giorno ritirarle fuori. Sbuffando e rigirandosi, e
cambiando ogni minuto posizione, il piccolo omino, che era il signor Hermann si
capisce, non riusciva a contenere la sua agitazione e si sforzava di svuotare
la mente invano; imperterriti sogni e pensieri maldestri gli nascevano dalla
base della nuca, e così rimaneva a guardarli, loro bolle di sapone, volteggiargli
intorno anche se avrebbe voluto farli scoppiare tutti- e ci provò, allungand un
dito secco come un rametto.
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