Una lampadina affusolata come il petto di un usignolo se ne stava
sul suo ramo di bronzo, che usciva tutto contorto serpeggiando dal muro e
attraversava la carta da parati.
Se spingevo il bottone, quella ronzava, esitava un po’ e
alla fine due fili spelacchiati si illuminavano incandescenti nella sua pancia.
Se lo premevo di nuovo, il mondo intorno, in un puff, non
c’era più.
Rimaneva solo il balcone che sbatacchiava, la luce lunare, e
il suo raggio che tagliava un pezzo del letto di fronte al mio.
Tutti i suoi compagni -il cuscino, la sedia, l’anta sberciata dell’armadio, la
scrivania, la brocca grassa dell’acqua- non si potevano nemmeno indovinare, nel
buio, e lui invece tutto solo, si trovava sotto i riflettori.
Così, quella fetta falciata del letto, un piede dello
specchio e una scarpa nell’angolo, se ne dovevano stare immobili, perché
sapevano che se si muovevano io li potevo vedere benissimo.
La notte mi pesava addosso, era una enorme creatura
appollaiata sulla mia schiena ricurva. Se ne stava lì senza muovere un muscolo,
agganciata alle spalle del mio pigiama con le unghie, probabilmente mi scrutava
nella testa per vedere cosa pensavo. Sulle prime, tutto sommato, la lasciai fare. Col tempo divenne
abitudine, ed il controllo della notte su tutto il mio interno divenne
assoluto. Per lei ero come un calzino al rovescio:pelle, naso e occhi nascosti,
ma cuore, fegato, cervello, tutti serviti lì, proprio di fronte al suo sguardo,
e li dava in pasto ai suoi cani.
D’altronde mi faceva bene. Il mio cervello ed il mio cuore
prendevano un po’ d’aria, almeno. Di solito infatti, non li facevo vedere a
nessuno.
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