sabato 8 dicembre 2012

La luce rotolava su di noi


La luce rotolava su di noi dalle lanterne di carta strappata, sospese a mezz’aria. Pozzanghere luminose si spargevano sulla sabbia nera del deserto addormentato, che anche nell’ombra della sera pareva pronto a stritolarci fra le sue spire.
Le sigarette si animavano e sfrigolavano al contatto con l’aria fresca.
Egli fece cadere uno sbuffo di cenere, ed io lo guardai, immobile nella sua stanchezza.
Fumava sempre dopo gli spettacoli, e molto,  forse perché lo innervosiva la presenza degli spettatori: spesso, non ancora sazi, volevano seguire la carovana del circo, vivere per una notte l’ avventura. Sicuramente già durante la serata assaporavano tra sé e sé i racconti che ne avrebbero fatto  agli amici, tutti lì intorno ad ascoltare.
Li divertiva vedere come fossimo sotto il trucco, per rimanerne immancabilmente delusi, con un broncio da bambini sul muso quando si allontanavano per tornare alle loro macchine. Certo, per loro eravamo molto più interessanti mentre ci facevamo inseguire da un elefante nell’arena, quando saltavamo nel vuoto, lanciandoci dai trapezi, quando portavamo grandi cappelli e cianfrusaglie tintinnanti, quando le nostre facce truccate sembravano una fetta di luna.
Si sedevano intorno a noi, affondando il naso nei flute sottili, sorridendo della loro incredibile serata.
Eravamo girovaghi. Non lo ammettevano, ma noi eravamo la boccata d’aria nella loro vita soffocata, e quando si sarebbero coricati sotto le loro lenzuola di lino, avrebbero immaginato il nostro mondo di cavigliere di corda e campanelli, di fiori selvaggi, di albe gelide fra le montagne, di segreti (che si annidavano sotto la pelle, che facevano la tana nei nostri occhi) di costumi scintillanti sotto le luci del circo.
Eravamo viaggiatori.
Tabacco aromatico, dal gusto secco, lucciole sospese nell’erba alta, ancora una sola sigaretta, desolata come un albero d’inverno nel pacchetto vuoto.
Eravamo gitani.
Erano anni ormai che lui era diventato il circo, ed il circo stesso si era incollato su di lui come una seconda pelle, ed in lui, faceva sprofondare le sue radici.
Non smetteva mai, non tornava mai indietro, non si voltava perché aveva perso ogni senso per lui vedersi di nuovo come un uomo. Aveva deciso di cancellare il suo vissuto  e di rinascere come un fiore dal sale.
 Non si toglieva il trucco quando finiva lo spettacolo, né il costume, non era più altro che un fantasma color della luna, per cui lo spettacolo non era mai finito.
Le labbra rosse ( se le dipingeva al mattino, con le dita intirizzite dal freddo, senza bisogno nemmeno di uno specchio) le usava solo per fumare, e centellinava le sue parole, come se ognuna di esse fosse un pezzo della sua carne; ti pareva di vederlo, ogni volta prima di parlare, prenderne due o tre da un borsellino come fossero scellini. Le sceglieva accuratamente, e spesso impiegava molto tempo per rispondere. Ma non alle domande degli spettatori, no : a loro rispondeva solo con un cenno, e indicava loro, con le dita sottili come raggi, la luna.
Poi ripiombava a guardare il mondo attraverso la patina della sua solitudine.

 

I gitani leggono nel vento


Quando mia figlia mi chiedeva perché era l’unica della nostra gente ad avere capelli color del grano, io le rispondevo che se nessuno le assomigliava, era perché lei era destinata ad essere unica e a fare grandi cose.
Lei mi fissava un attimo, con quei grandi occhi che aveva preso dal padre, tra l’azzurro del cielo d’inverno e il grigio della polvere più sottile. Poi se ne andava via senza aggiungere una sola parola, a camminare per i campi a piedi nudi.
Le piaceva girovagare, e poi mostrarmi i sassi e le foglie più strane, le cortecce che intagliava, i piccoli insetti. D'estate, quando scendeva la sera, restava per ore lontana dal fuoco del campo, a guardare le lucciole accendersi e spegnersi sopra l'erba alta. 
A volte ero certa che  fosse molto triste, troppo selvaggia persino per quella vita che conducevamo.
Un giorno di Novembre, fu un vento irrequieto a svegliarci tutti. Le tende si gonfiavano e le ciotole cadevano dai ripiani di legno, foglie e rami sfrecciavano sulla campagna spogliata, gli alberi con braccia ossute e nude si dimenavano fra le nuvole. Selena scosse via in fretta le sue coperte e guardò fuori. Tutti sentivamo che c'era qualcosa di strano nell'aria, un presentimento ci scuotevaa tutti.
Una volta, una sola, il suo vero padre riuscì a rintracciarmi e mi volle vedere.
 Mi disse che se la immaginava  lei, bionda come il sole,  alta e dinoccolata per la sua età, con le mani sottili fatte apposta per intrecciare corone di fiori secchi, con i piedi caldi come la terra, e una cavigliera di corda selvaggia, da vera gitana.
“ E’ mora, come il padre che la cresce” risposi io, con la voce affilata, e lo sguardo livido.
Lui mi fissò per un attimo, facendomi tremare con quegli occhi spalancati sui miei, che sembrava mi potessero inglobare. Poi il suo volto si spense, e guardò altrove.


venerdì 9 novembre 2012

La parola che nessuno riesce a dire


Non aveva nulla. Nulla di più di quello sgangherato cesto di vimini con qualche panno e i ferri per lavorare a maglia. Certo aveva anche un paio di occhiali, sempre incerti sulla punta del naso, ed ogni tanto se li doveva spingere su con le dita per vedere meglio i suoi intrecci di lana.
Se ne stava all’angolo della strada, dalla mattina fino alla sera, dondolandosi sulla sua sedia sfilacciata.
“ Lo vuole un bel cappello di lana?” chiedeva ad i passanti, senza mai alzare lo sguardo dai suoi lavori, ma solo prendendo tra i nodi delle sue vecchie dita qualche banconota se qualcuno si fermava da lei.
Quando ormai si era fatta sera e ad ella non bastava più nemmeno la luce dei lampioni, raccoglieva i suoi stracci e le sue ossa stanche per rimettersi in cammino, seguendo ombre di luce.
Si appoggiava con il fianco ai muri, per capire bene dove andava, che quei muri lei li conosceva come le sue tasche.
Così, passo dopo passo, la vecchia raggiungeva la spiaggia, e si assopiva intirizzita dal freddo, con solo uno scialle raggomitolato sul grembo, e la presenza insistente della sua inquietudine.

martedì 6 novembre 2012

I miei sogni stropicciati



Si faceva sempre più buio, e sul soppalco di legno della biblioteca , nel silenzio, le ombre si stringevano sempre più attorno ai tavoli illuminati.  Gli oblò crepitavano sotto le dita della pioggia, ma non si riusciva a vedere nulla oltre il vetro, perché la polvere e le foglie marcite ci avevano tessuto sopra una tenda pesante.
Uno ad uno gli studiosi abbandonavano le loro postazioni, e sparivano oltre le porte dell’entrata,che li inglobava come grandi fauci per poi farli sparire nel buio.
Io invece non sapevo proprio muovermi dalla mia sedia: mi ero così plasmato ed assuefatto a quella dimensione silenziosa, popolata di scricchiolii e fruscii di fogli, e polvere di austeri libri ritti nei loro scomparti, che ciò che c’era fuori, oltre quelle grandi fauci dove già si addensava l’ombra , quasi mi spaventava. Una cosa imbarazzante. Sorridevo fra me e me, che cavolata.
Ma sotto sotto sapevo, che invece era vero.
Forse dovevo rimanere lì, in un regno senza tempo, ad ascoltare i discorsi metallici delle macchinette di merendine, a girovagare; su per le scale, giù dalle scale, nell’atrio odoroso di caffè stantio, tra gli scaffali.
Chi aveva bisogno del mondo lì fuori? ( Che poi, questo mondo esterno, c’era veramente?)
Mi sarei nutrito del latte caldo delle macchinette di caffè, come fossero una mamma lupa; avrei imparato tutte le lingue, antiche e moderne; avrei viaggiato tutto il mondo in lungo e in largo tenendo gli atlanti spalancati sulle mie ginocchia; avrei tradotto il greco dal latino e il latino dal greco.
Certo, era proprio così.
Sapevo già come fare: quando all’orario di chiusura, ovvero a mezzanotte, i custodi avrebbero controllato se ancora qualche studente si fosse attardato sui libri, io, mi sarei nascosto nei magazzini, dietro una pila di scatoloni ripieni di scartoffie, silenzioso e scaltro come una faina. Una volta  spente le luci e chiusa la porta d’entrata, me ne sarei sgattaiolato fuori dal mio nascondiglio, e avrei acceso solo qualche lampadina, qui è là, così che la biblioteca sembrasse una trapunta di stelle o un bosco pieno di piccoli fuochi.
Avrei desinato sulle poltrone dell’atrio con delle barrette al cioccolato e i cracker al riso soffiato, leggendo qualche vecchio libro che nessuno voleva leggere. Poi, quando il tepore della pancia soddisfatta mi avesse assopito a sufficienza, avrei trovato un cantuccio e lì mi sarei fatto un giaciglio con dei giornali vecchi. Avrei aspettato il sonno senza fretta, senza contare i minuti uno per uno come fossero pecore, ma conversandovi piacevolmente, perché loro, per quanto fugace sia la loro esistenza, avrebbero avuto sicuramente qualcosa da raccontarmi.
“ Figlio mio, ancora qua! E’ quasi la mezza, che ne dici di levare un po’ le tende che me ne torno a casa anch’io?”
Mi voltai, e vidi un mocio un po’ mal ridotto, con tutte le fettucce di pezza in aria,  come uno scienziato ammattito. Bastò voltarmi ancora un poco per incontrare lo sguardo spazientito della donna delle pulizie. Non ci potevo credere, mi ero distratto, mi aveva visto, ed ormai era troppo tardi.
La signora mi osservò silenziosa finchè io, raccolti i miei libri, le penne  e i miei poveri sogni stropicciati, mi feci mangiare, come tutti gli altri, dalle grandi mandibole, con quelle grosse fauci gocciolanti di pioggia, della porta d’entrata della biblioteca.

giovedì 25 ottobre 2012

Per tornare a respirare

Era in ritardo quel treno delle 21.15.  La nebbia si avvolgeva intorno ai lampioni accesi.
Passò un treno, risucchiando la notte nel suo frastuono.
Nell'alone di luce dei finestrini, nei volti gialli dei passeggeri, rividi il tuo.
Dovetti tormentare il mio capello, ad occhi serrati, per qualche minuto, prima di tornare a respirare.




Un fantasma

Sembravano finti quei finestrini. La luce dei neon ci rinchiudeva nel treno senza poter vedere altro che il nostro riflesso sul vetro. Ogni tanto, qualche stazione perduta nel buio, lampeggiava per poi scomparire; e così il mio riflesso si illuminava e si confondeva a battiti irregolari.
Non volevo più vedere nessuno.
Un uomo con un cappello nero, fermo a fissare il vuoto sul ciglio di un binario,si era dissolto prima che potessi pensarlo poco più che un fantasma.

Ottobre 2012

Lei aveva un segreto.
Un bellissimo segreto accocolato nel cassetto,ed ogni tanto, quasi per profurmalo, vi metteva accanto dei sacchettini gonfi di rami di lavanda.
 Lui non sapeva nulla.
Non si era mai chiesto perchè quel casseto fosse lì, e men che meno perchè rimanesse sempre chiuso. A dire il vero, non si era mai nemmeno domandato per quale ragione lui, non l'avesse mai aperto, nemmeno una volta.
 Ma le domande, così imprevedibili, così dispettose, arrivano prima o poi, senza nemmeno presentarsi.
" Lidia, cosa tieni in quel cassetto? " chiese un giorno lui con un' aria corruciata, come se quella domanda gli fosse andata a sbattere sul naso all'improvviso, come un moscerino fastidioso.
Lei sorrise, e per un attimo lasciò sfuggire un fremito invisibile.
" Il mio più bel vestito" disse lei.
Socchiudendo gli occhi alla luce del sole, assaporò la morbida idea che il suo segreto sarebbe rimasto solo suo.

lunedì 21 maggio 2012

maggio 2008

There was a man under the bridge
he was burning the grass
and all the spirits of the past
were waking up.
The water was too dark, the river was too slow,
in this winter, in your last,
were singing the wind blows.

venerdì 17 febbraio 2012

Marzo

E' sufficiente piegare un po' la testa di lato perchè osservare una bocca mentre parla diventi mostruoso. Un pozzo buio e cancelli d'avorio.
E dalla brutale cavità esce un verso animale. Sembra infido, forse subdolo, ma potente.
E questo suono ci entra dentro, vibrando nella carne e rombando nelle vene come fiume in piena ( è una droga..), echeggiando nelle ossa... e ci sfibra, e ci invecchia.
 Sono talmente unte e grasse quelle che chiamiamo parole, che scivolano in modo nauseante per la gola prima di essere vomitate fuori. Vomitate.
 E io vi vedo, incartapecorire su questi banchi, come se il tempo mi avesse estirpato gli occhi e avesse incastonato nei miei bui incavi i suoi. E così mi permette di vedere oltre la massa informe degli anni.
Si, vi vedo.
Vi riempite di parole che si gonfiano come spugne imbevute, vi vedo sudare espellendo l'acqua sporca che avevano lasciate marcire dentro di voi. Vi vedo essiccare, svuotati, perchè era quello l'unico nutrimento.
Incontrollabile è il tempo, invincibile la morte.
 Tutti noi infine raggrinziremo sotto il sole della fine e in noi non resterà più nulla, solo cenere.

Martedì 15 Marzo

Si, stamattina c'è qualcosa di strano. Fuori la pioggia continua a lavare via il ghiaccio nero dell'inverno, ormai marcito, ormai nauseante, senza più riflessi, vuoto come un sarcofago trafugato.
In faccia  a questo cielo pallido e fragile, a queste nuvole di porcellana, sotto la pelle dei rami si abbozzano rigonfiamenti che goccia dopo goccia partoriscono dalle profonde vie della linfa risvegliata ( ma ancora silenziosa) delle gemme verdi, turgide, giovani, fiere della loro acerba bellezza.
Anche il fiume lo sente. Poggiato come un nastro lucido appena sotto queste finestre, parla con l'erba, trascina con sè la terra e le ultime foglie secce, con il suo flusso pulisce il mondo dalla sua pelle morta.
Sotto queste luci a neon sui volti di tutti rimane appiccicato il fantasma dell'inverno, contraendo le espressioni come fossero modellate grottescamente con la cera. Volano fogli e bisbigli. Questa pioggia ci risveglia.
I fumi grigi di città si adagiano come pellicola, ma la pioggia li stacca come un cucchiaio che sollve lo strato freddo sul latte caldo.
I miei piedi fremono nelle scarpe al ritmo di un tamburo che viene dalla terra... i libri della biblioteca sotterranea amplificano il ritmo, il suono si irradia per le loro fibre ingiallite e scuote la polvere che li imprigiona, e arriva fino ai miei piedi, vibrando per cemento, tubi, mattonelle che pulsano, che se li prendessi in mano sarebbero come un cuore appena strappato al suo petto.
Il battito arriva ai miei piedi come un segreto.
Basta premere il dito sull'interruttore per spegnere e accendere la luce, io posso porre fine a questi neon che ci fanno una continua radiografia, ma loro si sentono più potenti e mi scandagliano. Se fisso le loro luci posso vedere le melmose tute da palombari e le lanterne accecanti che usano per sondare le mie profondità. Balzerei nella lavagna per nascondermi nel suo buio, ma poi sarei  coperta di parole di gesso bianco, ed io di loro non mi fido.. allora mangerei tutti i gessetti bianchi, ritti come soldatini, ma la mia voragine, proprio all'altezza dei polmoni, si riempirebbe di tutte le cose che hanno scritto, ed io non voglio vomitare numeri, nè piangere date così grosse che mi si gonfierebbero gli occhi.