sabato 8 dicembre 2012

I gitani leggono nel vento


Quando mia figlia mi chiedeva perché era l’unica della nostra gente ad avere capelli color del grano, io le rispondevo che se nessuno le assomigliava, era perché lei era destinata ad essere unica e a fare grandi cose.
Lei mi fissava un attimo, con quei grandi occhi che aveva preso dal padre, tra l’azzurro del cielo d’inverno e il grigio della polvere più sottile. Poi se ne andava via senza aggiungere una sola parola, a camminare per i campi a piedi nudi.
Le piaceva girovagare, e poi mostrarmi i sassi e le foglie più strane, le cortecce che intagliava, i piccoli insetti. D'estate, quando scendeva la sera, restava per ore lontana dal fuoco del campo, a guardare le lucciole accendersi e spegnersi sopra l'erba alta. 
A volte ero certa che  fosse molto triste, troppo selvaggia persino per quella vita che conducevamo.
Un giorno di Novembre, fu un vento irrequieto a svegliarci tutti. Le tende si gonfiavano e le ciotole cadevano dai ripiani di legno, foglie e rami sfrecciavano sulla campagna spogliata, gli alberi con braccia ossute e nude si dimenavano fra le nuvole. Selena scosse via in fretta le sue coperte e guardò fuori. Tutti sentivamo che c'era qualcosa di strano nell'aria, un presentimento ci scuotevaa tutti.
Una volta, una sola, il suo vero padre riuscì a rintracciarmi e mi volle vedere.
 Mi disse che se la immaginava  lei, bionda come il sole,  alta e dinoccolata per la sua età, con le mani sottili fatte apposta per intrecciare corone di fiori secchi, con i piedi caldi come la terra, e una cavigliera di corda selvaggia, da vera gitana.
“ E’ mora, come il padre che la cresce” risposi io, con la voce affilata, e lo sguardo livido.
Lui mi fissò per un attimo, facendomi tremare con quegli occhi spalancati sui miei, che sembrava mi potessero inglobare. Poi il suo volto si spense, e guardò altrove.


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