mercoledì 21 settembre 2011

un giovedì di ottobre

Il buio nasce, il sole fa il suo balletto, declina. La polvere dell'ufficio si increspa col mutare del crepuscolo. Vecchio ufficio che scricchiola e sbadiglia, le poltrone tossicchiano nei loro angoletti, con il loro capelluccio infeltrito e lo sguardo di rimprovero e di noia. Ruggisce la fiamma del tramonto, che poi si stinge e entra in quella fase di perfezione che solo il limbo può dare: il momento che sta tra il sole che muore  e la luna che nasce. Le gru sono smunte e macilente ( non c'è più niente che possano mangiare in questa stagione), il diamante incastonato sulla loro fronte ( perchè tutti possano indovinarle e temerle tra le ombre all'orizzonte) luccica sinistro al culmine del loro corpo mostruoso. E strillano nella loro lingua incomprensibile facendo vibrare i vetri e scuotendo le acque del fiume. Le anatre spaventate starnazzano, ma ormai non le si distingue più tra la melma e le alghe. Intanto io leggo, sdraiata sulla poltrona meno stizzosa ( le altre giocano brutti scherzi a chi le usa per sedersi) che sta nell'angolo tra le due finestre. C'è un mobiletto di legno ( ma la scrivania mi aveva spifferato compiaciuta che era tutta una finta: non era mica di legno vero, lui! Era un oggettuncolo da quattro soldi, di quelli che si compravano per rendere decenti gli uffici nel dopo guerra, tirati su con lo sputo) e scosta di poco da un muro di un azzurrino ospedaliero, tutto una ruga.
E finchè c'erano solo questo mobiletto e questo muro, io continuavo a leggere senza alcun problema al mondo, se non quello di stare un po' sull'attenti nel caso anche la mia poltrona si ribellasse all'improvviso. Mobile, muro. Mobile muro. Una luce. Mobile, muro, una luce. Anzi, mobile, una luce, e il muro. C'era un vecchio sole morente, un tramonto, e stava esalando i suoi ultimi respiri, e bastava guardarlo, lì nel suo vortice di polvere, per capire che saggio e grande sole era stato. Lì, in quell'angolino intimo e riparato, c'era un sole che stava morendo, anzi che stava vivendo, ma solo i suoi ultimi attimi. Mi sporsi. Il calore del sole, seppur debole, mi arrossò le guance sino a farmele scottare, e si alzò il vento. Tic Tic Tic, l'orologio urlava dal muro. Mi girai, lo guardai. Tornai a rivolgermi verso il sole, ma non c'era più. C'era solo l'interuttore arancione della presa elettrica, tutta incastrata fra il mobile e il muro. Solo un interuttore. Ma solo è una parola che non mi è mai piaciuta.

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