La casa era silenziosa e vuota, come un cartone di latte gettato via.
La luce umida del mattino, partorita da grossi ammassi di nuvole incolori, si appiccicava come una pellicola sui vetri compiendo deboli tentativi di penetrare la polvere delle finestre.
Sul letto quadrato al centro della stanza il piumone mi avvolgeva tutta e con un lembo mi accarezzava le guance accaldate. Da quell’ alcova di ombroso tepore osservavo la stanza, scrutandomi intorno, esaminando ogni oggetto, uno per uno.
La piccola lampada da scrivania accanto al letto allungava il collo e piegava la schiena per protendersi verso il mio viso, ed io trovai quel gesto intriso di fatica tanto bello, che mi sforzai anch’io ed allungai le dita verso la sua colonna di luce. I raggi emanati dalla lampadina ( che ronzava e ronzava) erano molli ed elastici: prendendone uno tra le dita potevo allungarlo ed accorciarlo a mio piacimento, arrotolarlo su se stesso o lasciarlo cadere in linea retta.
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