Il buio nasce, il sole fa il suo balletto, declina. La polvere dell'ufficio si increspa col mutare del crepuscolo. Vecchio ufficio che scricchiola e sbadiglia, le poltrone tossicchiano nei loro angoletti, con il loro capelluccio infeltrito e lo sguardo di rimprovero e di noia. Ruggisce la fiamma del tramonto, che poi si stinge e entra in quella fase di perfezione che solo il limbo può dare: il momento che sta tra il sole che muore e la luna che nasce. Le gru sono smunte e macilente ( non c'è più niente che possano mangiare in questa stagione), il diamante incastonato sulla loro fronte ( perchè tutti possano indovinarle e temerle tra le ombre all'orizzonte) luccica sinistro al culmine del loro corpo mostruoso. E strillano nella loro lingua incomprensibile facendo vibrare i vetri e scuotendo le acque del fiume. Le anatre spaventate starnazzano, ma ormai non le si distingue più tra la melma e le alghe. Intanto io leggo, sdraiata sulla poltrona meno stizzosa ( le altre giocano brutti scherzi a chi le usa per sedersi) che sta nell'angolo tra le due finestre. C'è un mobiletto di legno ( ma la scrivania mi aveva spifferato compiaciuta che era tutta una finta: non era mica di legno vero, lui! Era un oggettuncolo da quattro soldi, di quelli che si compravano per rendere decenti gli uffici nel dopo guerra, tirati su con lo sputo) e scosta di poco da un muro di un azzurrino ospedaliero, tutto una ruga.
E finchè c'erano solo questo mobiletto e questo muro, io continuavo a leggere senza alcun problema al mondo, se non quello di stare un po' sull'attenti nel caso anche la mia poltrona si ribellasse all'improvviso. Mobile, muro. Mobile muro. Una luce. Mobile, muro, una luce. Anzi, mobile, una luce, e il muro. C'era un vecchio sole morente, un tramonto, e stava esalando i suoi ultimi respiri, e bastava guardarlo, lì nel suo vortice di polvere, per capire che saggio e grande sole era stato. Lì, in quell'angolino intimo e riparato, c'era un sole che stava morendo, anzi che stava vivendo, ma solo i suoi ultimi attimi. Mi sporsi. Il calore del sole, seppur debole, mi arrossò le guance sino a farmele scottare, e si alzò il vento. Tic Tic Tic, l'orologio urlava dal muro. Mi girai, lo guardai. Tornai a rivolgermi verso il sole, ma non c'era più. C'era solo l'interuttore arancione della presa elettrica, tutta incastrata fra il mobile e il muro. Solo un interuttore. Ma solo è una parola che non mi è mai piaciuta.
mercoledì 21 settembre 2011
giovedì 15 settembre 2011
Febbre
La casa era silenziosa e vuota, come un cartone di latte gettato via.
La luce umida del mattino, partorita da grossi ammassi di nuvole incolori, si appiccicava come una pellicola sui vetri compiendo deboli tentativi di penetrare la polvere delle finestre.
Sul letto quadrato al centro della stanza il piumone mi avvolgeva tutta e con un lembo mi accarezzava le guance accaldate. Da quell’ alcova di ombroso tepore osservavo la stanza, scrutandomi intorno, esaminando ogni oggetto, uno per uno.
La piccola lampada da scrivania accanto al letto allungava il collo e piegava la schiena per protendersi verso il mio viso, ed io trovai quel gesto intriso di fatica tanto bello, che mi sforzai anch’io ed allungai le dita verso la sua colonna di luce. I raggi emanati dalla lampadina ( che ronzava e ronzava) erano molli ed elastici: prendendone uno tra le dita potevo allungarlo ed accorciarlo a mio piacimento, arrotolarlo su se stesso o lasciarlo cadere in linea retta.
sabato 10 settembre 2011
Era come guardare un uomo negli occhi e vederne gli abissi più profondi. Così io guardavo l’acqua sciogliersi come musica e fluire tra le correnti del fiume, e poi, ecco il fondo sabbioso, come fosse una sorpresa messa lì appositamente per il mio diletto. Il freddo era così intenso, ed il silenzio così pulito ed il tempo così etereo ( non più composto da quegli untuosi minuti obesi con le palpebre stanche che si trascinano mollemente, ma leggere creature che si perdevano fra i rami, inconsistenti, senza peso, tanto che non avrei saputo dire se il tempo stesse ancora passando o se si fosse fermato). Chiacchieravo con il Gelo- mi faceva sempre sorridere quel suo modo delicato di intrecciare le nappe della sciarpa con un soffio di vento- ed il Silenzio si appoggiava alla balaustra del ponte, girava la testa leggera e mi guardava, piegandola indietro e inarcando appena gli angoli della bocca. Dimenticavo. Guardavo le pareti di nebbiolina bianca da un capo all’altro del ponte, ed esse non rispondevano, se ne stavano lì appese tra i rami. Il confine del mondo. Nulla esisteva più varcate le nebbie del ponte, tutto ciò che esisteva era lì.
Eccoti lì. Addormentato in una lucce incerta. E nascono i sogni, nel silenzio delle case al mattino, nascono proprio dalla tua nuca, come bolle di sapone. E io le guardo, le guardo brillare nella penombra. Mi metto a sedere e le lenzuole mi si attorcigliano alle caviglie con un movimento sinuoso, e mi sorridono sornione come i gatti, invitandomi a poggiare di nuovo la testa sul cuscino. Ma io mi voglio mettere a sedere, e la mia ombra fende le lame di luce scaturite dalle persiane. Ti guardo dormire. Non ci sono orologi nella stanza, non ci sono rumori. Il tuo respiro lento nel sonno ha piegato il tempo che ora è scandito solo dall'abbassarsi e l'alzarsi del tuo torace. Non esiste null'altro al mondo. Solo una stanza piena di sogni e vuota di tempo e io che li guardo toccare il soffitto, e tu che hai creato tutto questo.
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