E' sufficiente piegare un po' la testa di lato perchè osservare una bocca mentre parla diventi mostruoso. Un pozzo buio e cancelli d'avorio.
E dalla brutale cavità esce un verso animale. Sembra infido, forse subdolo, ma potente.
E questo suono ci entra dentro, vibrando nella carne e rombando nelle vene come fiume in piena ( è una droga..), echeggiando nelle ossa... e ci sfibra, e ci invecchia.
Sono talmente unte e grasse quelle che chiamiamo parole, che scivolano in modo nauseante per la gola prima di essere vomitate fuori. Vomitate.
E io vi vedo, incartapecorire su questi banchi, come se il tempo mi avesse estirpato gli occhi e avesse incastonato nei miei bui incavi i suoi. E così mi permette di vedere oltre la massa informe degli anni.
Si, vi vedo.
Vi riempite di parole che si gonfiano come spugne imbevute, vi vedo sudare espellendo l'acqua sporca che avevano lasciate marcire dentro di voi. Vi vedo essiccare, svuotati, perchè era quello l'unico nutrimento.
Incontrollabile è il tempo, invincibile la morte.
Tutti noi infine raggrinziremo sotto il sole della fine e in noi non resterà più nulla, solo cenere.
venerdì 17 febbraio 2012
Martedì 15 Marzo
Si, stamattina c'è qualcosa di strano. Fuori la pioggia continua a lavare via il ghiaccio nero dell'inverno, ormai marcito, ormai nauseante, senza più riflessi, vuoto come un sarcofago trafugato.
In faccia a questo cielo pallido e fragile, a queste nuvole di porcellana, sotto la pelle dei rami si abbozzano rigonfiamenti che goccia dopo goccia partoriscono dalle profonde vie della linfa risvegliata ( ma ancora silenziosa) delle gemme verdi, turgide, giovani, fiere della loro acerba bellezza.
Anche il fiume lo sente. Poggiato come un nastro lucido appena sotto queste finestre, parla con l'erba, trascina con sè la terra e le ultime foglie secce, con il suo flusso pulisce il mondo dalla sua pelle morta.
Sotto queste luci a neon sui volti di tutti rimane appiccicato il fantasma dell'inverno, contraendo le espressioni come fossero modellate grottescamente con la cera. Volano fogli e bisbigli. Questa pioggia ci risveglia.
I fumi grigi di città si adagiano come pellicola, ma la pioggia li stacca come un cucchiaio che sollve lo strato freddo sul latte caldo.
I miei piedi fremono nelle scarpe al ritmo di un tamburo che viene dalla terra... i libri della biblioteca sotterranea amplificano il ritmo, il suono si irradia per le loro fibre ingiallite e scuote la polvere che li imprigiona, e arriva fino ai miei piedi, vibrando per cemento, tubi, mattonelle che pulsano, che se li prendessi in mano sarebbero come un cuore appena strappato al suo petto.
Il battito arriva ai miei piedi come un segreto.
Basta premere il dito sull'interruttore per spegnere e accendere la luce, io posso porre fine a questi neon che ci fanno una continua radiografia, ma loro si sentono più potenti e mi scandagliano. Se fisso le loro luci posso vedere le melmose tute da palombari e le lanterne accecanti che usano per sondare le mie profondità. Balzerei nella lavagna per nascondermi nel suo buio, ma poi sarei coperta di parole di gesso bianco, ed io di loro non mi fido.. allora mangerei tutti i gessetti bianchi, ritti come soldatini, ma la mia voragine, proprio all'altezza dei polmoni, si riempirebbe di tutte le cose che hanno scritto, ed io non voglio vomitare numeri, nè piangere date così grosse che mi si gonfierebbero gli occhi.
In faccia a questo cielo pallido e fragile, a queste nuvole di porcellana, sotto la pelle dei rami si abbozzano rigonfiamenti che goccia dopo goccia partoriscono dalle profonde vie della linfa risvegliata ( ma ancora silenziosa) delle gemme verdi, turgide, giovani, fiere della loro acerba bellezza.
Anche il fiume lo sente. Poggiato come un nastro lucido appena sotto queste finestre, parla con l'erba, trascina con sè la terra e le ultime foglie secce, con il suo flusso pulisce il mondo dalla sua pelle morta.
Sotto queste luci a neon sui volti di tutti rimane appiccicato il fantasma dell'inverno, contraendo le espressioni come fossero modellate grottescamente con la cera. Volano fogli e bisbigli. Questa pioggia ci risveglia.
I fumi grigi di città si adagiano come pellicola, ma la pioggia li stacca come un cucchiaio che sollve lo strato freddo sul latte caldo.
I miei piedi fremono nelle scarpe al ritmo di un tamburo che viene dalla terra... i libri della biblioteca sotterranea amplificano il ritmo, il suono si irradia per le loro fibre ingiallite e scuote la polvere che li imprigiona, e arriva fino ai miei piedi, vibrando per cemento, tubi, mattonelle che pulsano, che se li prendessi in mano sarebbero come un cuore appena strappato al suo petto.
Il battito arriva ai miei piedi come un segreto.
Basta premere il dito sull'interruttore per spegnere e accendere la luce, io posso porre fine a questi neon che ci fanno una continua radiografia, ma loro si sentono più potenti e mi scandagliano. Se fisso le loro luci posso vedere le melmose tute da palombari e le lanterne accecanti che usano per sondare le mie profondità. Balzerei nella lavagna per nascondermi nel suo buio, ma poi sarei coperta di parole di gesso bianco, ed io di loro non mi fido.. allora mangerei tutti i gessetti bianchi, ritti come soldatini, ma la mia voragine, proprio all'altezza dei polmoni, si riempirebbe di tutte le cose che hanno scritto, ed io non voglio vomitare numeri, nè piangere date così grosse che mi si gonfierebbero gli occhi.
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