domenica 21 aprile 2013

Vorrei vedere le lucciole

É bello decidere di andare a fare una passeggiata.
 Ero felice. Abbiamo iniziato a camminare, piano piano, e l' aria era bella calda e delicata. Una chiesetta abbandonata dormiva ai piedi della collina, con i vetri opachi e polverosi aperti come occhietti di fanciulla sulla campagna, e sottili si facevano baciare dal sole, chiesetta solitaria, casa dell' edera e delle farfalle notturne.
Io ero tutta sporca di gelato, e facevo la bambina , e tu ridevi e mi davi un bacio. I nostri baci sapevano di fiore. La stradina saliva solleticando la collina, e noi sotto il sole- che ci accarezzava come fa coi gatti- additavamo le distese di fiori azzurri e gialli, i lampioni pieni di goccioline di sole, il castello vicino sempre di più e il pozzo con la carrucola che cigolava.  Tepore sulle nostre pelli di caramello e sulle case di mattoni rossi e di pietra viva, dove l'edera si arrampicava  e si aprivano vanitosi grandi fiori.

( Qualcuno ci ha guardati mentre risalivamo la collina, perché è bello guardare le persone innamorate).

Spiavamo noi, divertiti e pieni di meraviglia, oltre le siepi ed il cancello, dove c'erano sentieri disegnati nell'erba pigra , ed il castello si stiracchiava con le sue strane farfalle assopite sui cespugli. Guarda guarda che bello. Senti senti: è scomparso il rumore delle macchine, qui canta solo il vento quando vuole, mentre soffia fra le foglie già verdi e addormenta le  pecore distese sull'erba fresca.
Sorridono le viti e le colline intorno, sorride la terra che dà buon vino.
Il cielo si annuvola, ma il sole è ancora più dorato e caldo. Piccole mura abbandonate di case selvagge spuntano tra l'erba alta, il sottobosco ha un buon odore. Nella  nostra acerba giovinezza immaginiamo un tempo futuro, e ci piace il sapore delle nostre parole.
 Vogliamo una casa dove ci si lava con l'acqua piovana scottata dal sole.
 Io leggeró sotto gli alberi e mi faró una sciarpa rossa come le foglie per l'autunno, tu correrai per i sentieri e guarderai l'alba e pianterai una bellissima mimosa a primavera. Io scriverò e cammineró fra le viti, con un gatto che fa le fusa e rincorre le lucciole quando si fa sera- sarebbe bello eh vedere le lucciole? -, tu insegnerai ad un cane a parlare e comprerai una chitarra o un mandolino per suonare.
Ridiamo delle nostre promesse- ridiamo amore che è bello e non costa nulla.
Voglio vivere in un posto in cui il sole è felice e la pioggia è una benedizione, voglio vivere in un posto in cui il vino si fa ancora pestando l'uva coi piedi.
Un tuono borbotta oltre la collina- lí, lí infondo, vedi? Sentilo come canta!- e tutto fruscia mentre noi ci stringiamo, fa un po' più freddo ora. Aspettiamo che la pioggia ci colga fresca lungo la strada del ritorno.

mercoledì 3 aprile 2013

L'Appuntamento




 Mi avevano detto che Tumble Street era una piccola via, incastrata fra due carcasse di cemento e ferro: una in costruzione, brulicante di operai con il caschetto giallo,l’altra abbandonata,con i teli di plastica che pendevano come cenci. Con questi due colossi a orlarne il bordo, Tumble Street era in genere parecchio buia, tanto che dovevano accendere i lampioni molto presto alla sera e spegnerli tardi al mattino.
Avevano detto anche che mi sarei dovuto trovare lì alle nove, in punto. Passato il nono lampione, la porta rossa a destra, targata in ottone “T&R”. Va bene allora, dissi io.
Sistemai la giacca inamidata sulla sedia- le sue spalle ossute la facevano cascare in modo gramo- i pantaloni erano stesi accanto, la cravatta e la camicia sulla stampella. Disposi ordinatamente dei minuti, così da usarli senza intoppi il mattino dopo- due in cucina per la colazione, tre sulla punta dello spazzolino da denti, quattro o cinque sparsi sui vestiti stirati e sui calzini nel cassetto-, non volevo fare tardi.
Mentre ingollavo un caffè –molto tempo dopo aver costretto i piedi a trascinarsi fuori dalle coperte il mattino seguente- mi resi conto di non aver contato i minuti per radermi! Grave errore, ma come avevo fatto? Volevo forse presentarmi sciatto e trasandato dopo aver speso così tanto in lavanderia?
Per fortuna che con tutta quella pioggia,  a Londra il tempo era costretto a rallentare un po’, quindi alla fine non sgarrai di un secondo.
La città si muoveva fluendo attraverso le sue colate d’asfalto, solleticata dal tintinnio delle porte lucide di pioggia dei caffè, aperti di buon ora, e intanto le gocce saltavano sugli ombrelli- e sotto la gente sentiva solo toc toc tic, e non ci faceva caso più- e scivolava poi per finire su borse, valige, cartelle di pelle o di tela che- brr- si lasciava scappare un piccolo brivido al contatto. Scarpe lucide, nere, scalpicciavano sulle strade come uno sciame di formiche,piccoli passetti in flussi regolari, tacco punta sull’asfalto- e non sapevano chi andavano a disturbare sotto la terra ma continuavano a picchiettare- ed il loro schiocco si perdeva nel verso rauco della metropolitana, che calda come una fornace, correva cieca sotto la terra e sotto di loro, e fuoco e fumo le uscivano dalle narici. Dai tombini salivano serpenti di vapore caldo ed io li attraversavo, appena prima che venissero spazzati via dal vento gelido. Teste spuntavano da sciarpe e cappotti, i corpi erano invisibili coperti da strati, e da mantelli, e da giubbini gonfi di piume; si vedevano solo schiere di teste fluttuanti.
Io tenevo le mani in tasca: non amavo portare i guanti- quelli sì che sono strani: non lasciano segni, non hanno calore, inquietanti mani di plastica. Meglio le dita umide strette a vecchi scontrini, briciole e qualche pence nell’antro morbido delle tasche. Non avevo nemmeno una ventiquattro ore da dondolare- fatto gravissimo per un mattino a Londra, soprattutto se grigio e piovoso, perché tutti ne hanno e tutti la dondolano creando un movimento di onde per i marciapiedi- e allora io mi dondolavo un po’ sulle gambe per non squilibrare il ritmo della folla.
La stazione della metropolitana era un bazar, un formicaio, una corte dei miracoli. Lì nessuno si fermava: le lunghe braccia della città si tendevano e allungavano e portavano ognuno al posto in cui doveva stare. La galleria era rovente, il suo odore esalava dai binari. Eravamo tutti ammassati, tante scarpe si affannavano a farsi posto in quella bolgia, lotta tra piedi affamati di spazio, combattuta lì sotto, in silenzio, facendo finta di niente, lontano dal mondo delle teste che intanto si scambiavano saluti e commenti arguti sulla politica e le ultime notizie sul crollo finanziario.  La prima fila, aperta sul baratro del binario, oscillava spinta dalla gente. Pensai: da un momento all’altro si stringeranno tutti in un “ attenti” e allungheranno un passo verso il buio, tutti insieme, e si scioglieranno, soldatini di plastica, sul ferro indiavolato dei binari.
Dalla lontana, secca oscurità, il fischio della metro ci fece tendere le orecchie e cominciammo a scrutare l’orbita vuota del tunnel. La lanterna incastonata nella fronte della metropolitana si intravedeva ora, e si avvicinava, si avvicinava, finché non si definì, l’occhio suo vigile che ci scrutò tutti, prima di fermarsi e aprire le sue fauci.
Fuori pioveva, pioveva..
 Il suo corpo metallico scattò nuovamente in avanti dopo averci inghiottiti, noi pallidi e indifferenti, e riprese a correre per le sue vie segrete sotto la terra. Nel vagone, che assecondava molle i movimenti del corpo intero, la luce gettava ombre impietose sui volti ancora intirizziti dal sonno. Gli ombrelli, davvero stremati, si riposavano sul pavimento lercio e, lisciandosi le pelli spiegazzate e strizzandosi le penne, parlavano del più e del meno, senza ricevere alcuna attenzione o riguardo dai loro superbi proprietari che li lasciavano marcire nelle pozze polverose ai loro piedi. In fila, gli uomini leggevano con segni di assenso-e poi di diniego- le pagine inumidite del giornale, le donne libricini un po’ spiegazzati, ma tenuti con cura, e con un bel segnalibro. Le teste dondolavano al ritmo delle rotaie, gli  occhi pesanti di sonno si chiudevano come saracinesche ad ogni ciondolio- anche il collo si abbandonava un poco.
A Waterloo i passeggeri si alzarono all’unisono- erano scattate le molle dei loro ingranaggi- e un po’ più ordinatamente di quando erano entrati, si lasciarono scivolare fuori dal ventre curvo del treno.
Il vagone si era svuotato ed ero rimasto quasi solo, perché così funziona il destino, e guardavo l’orologio e poi guardavo la vecchia signora nell’angolo che aveva una cuffia fatta ai ferri e teneva salda  il suo ombrello con il manico di testa d’anatra tra i nodi delle mani come fosse un bastone da passeggio.
Scesi alla mia fermata, dovevo aspettare un altro treno. La stazione era all’aperto, perché quella era una linea che funzionava solo in faccia al cielo, e quindi era tutta attraversata da ventate d’umidità. La pioggia si era fatta più fine e sottile, e scendeva in fili di ragno argentati sulla città.
Cominciò a ballarmi un po’ il piede- prima solo un accenno, poi sempre più deciso-,  mi stavo innervosendo: con quella pioggerellina il tempo avrebbe preso una bella impennata di velocità e temevo che avrei pagato cara la mia rasatura mattutina.
Non c’era nessuno alla fermata. Il cartello con il nome della stazione era malconcio, e aveva deciso di non farsi leggere più- forse era offeso perché non ci si curava mai di lui. Mi accesi una sigaretta. Sapeva di ciminiera e allora la spensi con un leggero tshhh su una tonda biglia di pioggia posata su una balaustra sotto il cielo nero. Frulli di ali  echeggiarono sopra la mia testa infreddolita.
Il treno arrivò macinando le sue distanze con passo misurato- aveva d’altronde la sua età- e si fermò con un ultimo cigolio di ossa davanti a me, mestamente vuoto e lentamente consumato.
Presi posto accanto al corridoio. Il treno ripartì con due sobbalzi. La pioggia ricominciò subito a tamburellare. Mi sistemai sul sedile, mi tolsi la sciarpa. No, no, non andava bene. Mi alzai e scelsi una fila più avanti, la poltroncina intermedia tra il finestrino e il corridoio. Mi sedetti, piegai la sciarpa, le natiche cercarono una loro stabilità. Niente da fare: irrequiete mi fecero alzare di nuovo. Presi infine posto accanto al finestrino, sul quale discreta si rifletteva la punta del mio naso rosso, e fu allora che mi accorsi di non essere solo nel vagone.
Un piccione dal petto grigio mi guardava, appollaiato sulla sommità di un sedile tre file davanti alla mia, dalla parte opposta del vagone. Una risatina nervosa mi prosciugò le labbra. Assurdo, pensai. Mi chiesi se fosse entrato nel vagone con me- un attimo prima? Un attimo dopo?- o se fosse rimasto lì, magari tutta la notte, portato via dal treno in corsa, stordito dalle distanze e dai posti nuovi, mai visti mai odorati, perso senza riconoscere alcunché.
Non molto certo di potergli attribuire un’aria sperduta, spostai la mia attenzione dalle sue zampette unghiate all’impasto di immagini presentato dal finestrino ( case, auto, strade con i lampioni appena spenti, alberi con le braccia ramificate, gente con il cappuccio, si mischiavano in un grigio pudding), ma un occhio, inesorabile e svelto, finì per sfuggire al mio controllo e con un guizzo si girò per mettere a fuoco l’ombra del colombo. Aveva una striscia viola e nera sotto il collo. Pensai che fosse elegante. Ma no! Certo che non lo era! Non poteva di certo esserlo: era solo un piccione, un comune volatile, di quelli che intasano le piazze e che si aggregano sui balconi. I piccioni non scelgono che colletto indossare al mattino.
Mi misi a tamburellare sul mio bracciolo, prima lentamente, che nessuno avrebbe potuto dire se fossi stato io o la pioggia, poi più forte, e allora il piccione curvò la testa di lato e restò così ad osservare il movimento delle mie dita. Per il resto, non si mosse. Hmm-hmm. Mi schiarii la voce. Nessun movimento in risposta. Vedevo i suoi occhi, quelle puntine di spillo, brillare non appena il treno si adombrava di qualche edificio, o della folta boscaglia incolta ai lati dei rigagnoli. Poi tornava la luce e tornavano ad essere due piccole pozze opache ai lati della sua testa.
Il treno passò in una galleria, scavata sotto un ponte molto alto: nel buio le luci a neon presero a farmi opprimenti radiografie- le loro dita di luce erano scheletriche-, ed il soffitto sembrava abbassarsi e schiacciarmi, comprimermi, ma il pennuto al contrario sembrava crescere, e con lui la sua ombra, e stagliarsi ancora di più su quel sedile, immobile e sinistro. Ora i miei occhi erano puntati su di lui.
Ma perché, per gli Dei, un piccione dovrebbe stare in un treno?
L’uccellaccio grigio, di certo portatore di truculente malattie- così pensavo ma la sua austerità mi prosciugava qualsiasi improperio in bocca- di certo impregnato di putridi odori di chissà quale fogna, iniziò, così, dal nulla della sua precedente assenza di movimenti, a piantare le sue unghie color del piombo nella testa del sedile sul quale stava appollaiato.
Ha! Questa poi! Mi agitai costernato al mio posto, mi asciugai la fronte con la mano, mi grattai l’orecchio in quel malcelato imbarazzante disagio, strabuzzai gli occhi in segno di disapprovazione.
 Eh certo: noi paghiamo le tasse per questi stramaledetti treni e poi un cretino d’un pennuto viene qua a spolpare i nostri sedili! Manca solo che si metta a scagazzare sui braccioli, allora siamo proprio a posto! Forse questo lo dissi ad alta voce – credo di sì, perché qualcosa di sottile si ruppe in quel momento ed ebbi un sussulto.
Un piccione non va bucando le pance delle poltroncine per sfregio. Un piccione non si liscia le penne per essere più rispettabile, non ha uno sguardo severo.
Mi accesi una sigaretta- tanto se i piccioni possono viaggiare in treno vuoi che io non possa fumarci dentro?-, era un concentrato di affumicato di plastica, ma la fumai lo stesso, io sì, lo feci per sfregio, e continuai a guardare il pennuto con aria di sfida. Tutto era immobile. Forse anche il treno aveva smesso di viaggiare, invischiato nell’assurdità che vigeva sospesa nel vagone e che addensava tanto l’aria da renderla impenetrabile, incastrato nelle trame della pioggia che si era nuovamente infittita.

Bussavano sul tetto del treno le nocche nodose della pioggia, ma io non mi svegliavo.
-Shh- mi dicevo- la pioggia laverà via tutta, scioglierà questa tela di ragno in cui siamo intrappolati.
Con un boato, il treno, che aveva ripreso velocità, passò sotto un altro ponte, ma stavolta la galleria era più oscura e più lunga. Il buio colò veloce dai finestrini con la sua melma nera. Le luci non si accesero.
Hmm-hmm. Mi schiarii di nuovo la voce- dovevo essere sicuro di esistere ancora, di non essere evaporato anche io nell’assenza di luce. E questa, all’improvviso, tornò.
Ecco, quello che temevo. Ora poteva essere ovunque, forse dietro di me- ecco le unghie che si infilavano nella stoffa risalendo lo schienale, eccolo agganciato silenziosamente affianco alla mia testa con i suoi piccolo artigli color del piombo. O forse mi scrutava,nascosto fra i sedili.
Volevo alzarmi in piedi, ma alla fine non mossi nemmeno un muscolo. Quando arrivava la mia fermata?
Le patine di sudiciume sotto le mie scarpe, sui braccioli , in ogni anfratto del treno, sembravano risalirmi, passando per le dita, poi le braccia, poi il torace, poi la bocca. Un sapore amaro distillò dalla lingua intorpidita.
Ticchettio di unghie sul pavimento in linoleum blu.  Mi scorsi oltre il sedile e vidi con la coda dell’occhio le piume nere della coda che vibravano dal lato opposto del vagone, come febbrili nari..
Goccioline di sudore si congelarono sulla mia fronte. Mi accorsi che non mi ero tolto il soprabito. Mi slacciai i bottoni, uno ad uno, lentamente, come per prendere tempo. No, non potevo snudarmi ancora di più- pensai- e mi sentii un po’ più protetto dopo aver frettolosamente aggrappato ogni bottone ben stretto alla sua asola.
Ora mi alzo, vado dal conduttore a reclamare, tutto questo è I-N-A-M-M-I-S-S-I-B-I-L-E! – mi dicevo, e intanto non mi muovevo di un centimetro. Raccoglievo invece attentamente con i padiglioni auricolari ogni suono, il silenzio ero diventato, una spugna che assorbiva le minime vibrazioni dell’aria.
Raspava, beccava. Con piccolo colpetti del becco stava intaccando i supporti di plastica del treno. Passetti, forse un frullo d’ali appena accennato. Avrei voluto issare le gambe sul sedile. Ero esposto, in balia di un folle e profondo disagio che pesava su ogni mio battito di ciglia, e che aveva preso il posto della frenesia della mattina, del gusto del caffè, della mia normalità. Mi raggomitolai ancora più stretto nel cappotto, accartocciando le gambe lunghe quanto più mi fosse possibile.
Il corridoio, fetta centrale del vagone, era di un colore diverso rispetto al resto del pavimento: una striscia grigio perla si stendeva da estremo a estremo, e, come un sentiero strozzato tra le montagne, passava nel gran canyon dei sedili, pallido di luna.
All’improvviso il pennuto si fece avanti con i suoi movimenti scattosi, e, padrone dell’intero treno, prese a seguire il sentiero sul linoleum, che puntava giusto verso di me. La testa rotonda portava avanti, attraverso la spinta poderosa del collo, tutto il resto del corpo. Mi guardava con una certa curiosità. Per un attimo si arrestò. Piegò il collo striato per raggiungere qualche briciola finita in chissà che pertugio da lui scovato, e chissà in che sudiciume- pensai io- erano andate macerando quelle briciole, cadute da un qualche panino mangiato di fretta. Soddisfatto, l’uccello riprese i fili della sua traiettoria, e questa puntava ancora, inesorabilmente, verso di me.
Cosa faccio ? Cominciai a pensare che su quel treno non ci fosse proprio nessuno, che fosse arrivato al binario per  prendere proprio me, che non stesse andando da nessuna parte.
Le dita riuscirono ad aggrapparsi al barattolino di plastica opaca che tenevo nella tasca interna della giacca. Ingoiai tre pillole con un nodo alla gola e le sentii scendere giù dure e raspose. Il pennuto, lento attraversava la distanza che restava. Sembrava essere molto turbato dalla mia presenza. Lo vedevo avvicinarsi  e mi sembrava di sentire già l’olezzo della sua pelle grassa e malata sotto le piume.
Mi accorsi di  impugnare una penna, forse recuperata nelle tasche, le mani sudate e rosse erano strette attorno al corpo sottile dell’improvvisata arma di difesa. Se mi avesse attaccato gliel’avrei conficcata in un occhio, si, con un gesto rapido ed agile, e quella goccia scintillante di petrolio sarebbe diventata un molle licis bianco e vuoto. Forse la penna avrebbe potuto ferirlo altrove, ma era meglio andare sul sicuro. Eppure mi intimoriva anche soltanto pensarlo- mi pareva così austero nella sua sinistra maniera di guardarmi.
Forse aveva percepito la mia aggressività, che trasudava da ogni poro, e aveva iniziato a gonfiare le penne del petto e della coda, ora nette sopra il cuore palpitante. Ormai era così vicino che potevo distinguere con chiarezza la sfumatura rossastra al principio del becco e lo scandaloso tumore che gli sfigurava la zampa destra. Gli doveva mancare anche un dito, o forse solo l’unghia.
Si fermò di nuovo, e rimanemmo così congelati per qualche secondo- o minuto, o giorno o eternità-io con la penna salda- mi chiesi se non fosse stato meglio avere una graffetta- e lui, l’essere, la creatura, con il suo colletto da prete sul collo ingrossato e il becco minuto, ma, ci avrei giurato, tagliente, la sua arma.

Bum!
Il treno aveva contratto tutto il suo corpo in una frenata brusca. Aveva urtato qualcosa.
Fu la baraonda.
Il piccione spaventato iniziò a volare come impazzito in cerchi concentrici ed emetteva laceranti stridii di paura. Io tentavo di proteggermi, con le braccia ad avvolgermi il capo. Ma lui calava, calava, e si avvicinava,e sembrava non aver più alcun lume di ragione, alcun contegno. Fumo scorreva fuori dai finestrini, forse stava entrando di soppiatto anche nel vagone… Eccolo, eccolo!


All’improvviso non seppi più dov’ero. Vedevo solo macchie d’inchiostro nero di seppia attraversarmi il cervello mentre tenevo le palpebre serrate, troppo sforzo era per me alzarle. Nelle narici bruciava vorticoso un acre odore di polvere.
Dormii forse qualche minuto, forse qualche ora, forse non dormii affatto, ma non lo ricordo. Fatto sta che quando mi riuscii di aprire gli occhi mi trovai disteso su un divanetto sdrucito, in una stanza di luce opaca e filtrata, sembrava tutto ingiallito dell’autocombustione della carta. Attorno a me stavano ritti in piedi tre individui che non conoscevo affatto.
-        Avete fatto benissimo a chiamarci-
disse uno, che parlava tenendo le mani nella tasche dei pantaloni senza distogliere lo sguardo da me, come se fossi un animale da circo, pericoloso, da osservare solo attraverso un vetro.
-        In ogni caso abbiamo trovato solo il vostro biglietto da visita nel suo cappotto. Non aveva alcun documento. Visto che era segnato un appuntamento dietro il foglietto ho pensato fosse la cosa migliore-
E così dicendo porse ai due individui un biglietto da visita sul quale c’era scritto a lettere sobrie “ T&R”  e poi uno scarabocchio in penna.
- E’ stato un bene-
Sentivo che una coperta di sonnolenza si stava nuovamente impadronendo di me, sapore amaro nella bocca. Non permisi alle palpebre di cadere assopite e mi sforzai di restare sveglio. Biascicai qualcosa.
-        Come cosa è successo? Non ricorda nulla?-
 mi rispose il rubicondo omone con il cappellino da ferroviere, e con ciò si scambiò con gli altri due signori magri e tesi, una occhiata veloce- in quel momento non capii se più preoccupata o più complice.
-        Il treno ha deragliato, non per colpa mia eh, son stati quei disgraziati della manutenzione. Lei deve aver preso una bella botta in testa! L’ho trovata io nel vagone si si, e l’ho portata qui! Era steso per terra con una brutta ferita sulla fronte..-
Il rossore delle sue guance indicava lo sforzo di essere il più chiaro possibile, scandendo le parole, e sillabando, e alzando la voce. Come se fossi un demente.
Certo. Biascicai ancora io.
Il piccione, chiesi. Dov’è finito il piccione. Mi avrà ferito lui, pensai.
Il ferroviere si asciugò con un fazzolettino il naso paonazzo e si rivolse con leggera esasperazione – che mal celava il gusto provocatogli da quella situazione- ai due uomini. Disse:
-        Visto? È da quando l’ho trovato che non fa altro che parlare di questo piccione, ma io vi assicuro signori miei, che di pennuti non ve n’era alcuno, e di certo poi, proprio non sul mio treno!-
Voleva che fosse chiaro che su sul suo treno non salgono i piccioni, né uccellacci di altra sorta.
I due uomini si guardarono per un attimo, ma lo fecero impercettibilmente- sicuramente il ferroviere non se n’era accorto- e poi:
-        Si calmi signore, ora ce ne occuperemo noi-
E sussurrando all’orecchio dell’uomo grasso:
        - Fa tutto parte della sua malattia, degenerativa purtroppo. Ossessioni, allucinazioni.. Chi più ne ha più
          ne metta. Non è un bello spettacolo lo sappiamo.. Ora ce ne occuperemo noi, il suo aiuto è stato..
-        Prezioso!-
Finì l’altro.
-        Certo, certo!-
Rispose mellifluo l’omaccione.
-Lascio fare ai professionisti-
Ed indicò con un inchino la porta continuando a dire prego prego e grazie grazie.

Dove sono ? chiesi. Forse lo dissi, forse no. Fatto sta che non mi fu data risposta.