La
luce rotolava su di noi dalle lanterne di carta strappata, sospese a mezz’aria.
Pozzanghere luminose si spargevano sulla sabbia nera del deserto addormentato,
che anche nell’ombra della sera pareva pronto a stritolarci fra le sue spire.
Le
sigarette si animavano e sfrigolavano al contatto con l’aria fresca.
Egli
fece cadere uno sbuffo di cenere, ed io lo guardai, immobile nella sua
stanchezza.
Fumava
sempre dopo gli spettacoli, e molto, forse perché lo innervosiva la presenza degli
spettatori: spesso, non ancora sazi, volevano seguire la carovana del circo,
vivere per una notte l’ avventura. Sicuramente già durante la serata
assaporavano tra sé e sé i racconti che ne avrebbero fatto agli amici, tutti lì intorno ad ascoltare.
Li
divertiva vedere come fossimo sotto il trucco, per rimanerne immancabilmente
delusi, con un broncio da bambini sul muso quando si allontanavano per tornare
alle loro macchine. Certo, per loro eravamo molto più interessanti mentre ci
facevamo inseguire da un elefante nell’arena, quando saltavamo nel vuoto, lanciandoci
dai trapezi, quando portavamo grandi cappelli e cianfrusaglie tintinnanti,
quando le nostre facce truccate sembravano una fetta di luna.
Si
sedevano intorno a noi, affondando il naso nei flute sottili, sorridendo della
loro incredibile serata.
Eravamo
girovaghi. Non lo ammettevano, ma noi eravamo la boccata d’aria nella loro vita
soffocata, e quando si sarebbero coricati sotto le loro lenzuola di lino,
avrebbero immaginato il nostro mondo di cavigliere di corda e campanelli, di
fiori selvaggi, di albe gelide fra le montagne, di segreti (che si annidavano
sotto la pelle, che facevano la tana nei nostri occhi) di costumi scintillanti
sotto le luci del circo.
Eravamo
viaggiatori.
Tabacco
aromatico, dal gusto secco, lucciole sospese nell’erba alta, ancora una sola
sigaretta, desolata come un albero d’inverno nel pacchetto vuoto.
Eravamo
gitani.
Erano
anni ormai che lui era diventato il circo, ed il circo stesso si era incollato
su di lui come una seconda pelle, ed in lui, faceva sprofondare le sue radici.
Non
smetteva mai, non tornava mai indietro, non si voltava perché aveva perso ogni
senso per lui vedersi di nuovo come un uomo. Aveva deciso di cancellare il suo
vissuto e di rinascere come un fiore dal
sale.
Non si toglieva il trucco quando finiva lo
spettacolo, né il costume, non era più altro che un fantasma color della luna,
per cui lo spettacolo non era mai finito.
Le
labbra rosse ( se le dipingeva al mattino, con le dita intirizzite dal freddo,
senza bisogno nemmeno di uno specchio) le usava solo per fumare, e centellinava
le sue parole, come se ognuna di esse fosse un pezzo della sua carne; ti pareva
di vederlo, ogni volta prima di parlare, prenderne due o tre da un borsellino
come fossero scellini. Le sceglieva accuratamente, e spesso impiegava molto
tempo per rispondere. Ma non alle domande degli spettatori, no : a loro rispondeva
solo con un cenno, e indicava loro, con le dita sottili come raggi, la luna.
