Si faceva sempre più buio, e sul soppalco di legno della
biblioteca , nel silenzio, le ombre si stringevano sempre più attorno ai tavoli
illuminati.
Gli oblò crepitavano sotto
le dita della pioggia, ma non si riusciva a vedere nulla oltre il vetro, perché
la polvere e le foglie marcite ci avevano tessuto sopra una tenda pesante.
Uno ad uno gli studiosi abbandonavano le loro postazioni, e
sparivano oltre le porte dell’entrata,che li inglobava come grandi fauci per
poi farli sparire nel buio.
Io invece non sapevo proprio muovermi dalla mia sedia: mi
ero così plasmato ed assuefatto a quella dimensione silenziosa, popolata di
scricchiolii e fruscii di fogli, e polvere di austeri libri ritti nei loro
scomparti, che ciò che c’era fuori, oltre quelle grandi fauci dove già si
addensava l’ombra , quasi mi spaventava. Una cosa imbarazzante. Sorridevo fra
me e me, che cavolata.
Ma sotto sotto sapevo, che invece era vero.
Forse dovevo rimanere lì, in un regno senza tempo, ad
ascoltare i discorsi metallici delle macchinette di merendine, a girovagare; su
per le scale, giù dalle scale, nell’atrio odoroso di caffè stantio, tra gli
scaffali.
Chi aveva bisogno del mondo lì fuori? ( Che poi, questo
mondo esterno, c’era veramente?)
Mi sarei nutrito del latte caldo delle macchinette di caffè,
come fossero una mamma lupa; avrei imparato tutte le lingue, antiche e moderne;
avrei viaggiato tutto il mondo in lungo e in largo tenendo gli atlanti
spalancati sulle mie ginocchia; avrei tradotto il greco dal latino e il latino
dal greco.
Certo, era proprio così.
Sapevo già come fare: quando all’orario di chiusura, ovvero
a mezzanotte, i custodi avrebbero controllato se ancora qualche studente si
fosse attardato sui libri, io, mi sarei nascosto nei magazzini, dietro una pila
di scatoloni ripieni di scartoffie, silenzioso e scaltro come una faina. Una
volta spente le luci e chiusa la porta
d’entrata, me ne sarei sgattaiolato fuori dal mio nascondiglio, e avrei acceso
solo qualche lampadina, qui è là, così che la biblioteca sembrasse una trapunta
di stelle o un bosco pieno di piccoli fuochi.
Avrei desinato sulle poltrone dell’atrio con delle barrette
al cioccolato e i cracker al riso soffiato, leggendo qualche vecchio libro che
nessuno voleva leggere. Poi, quando il tepore della pancia soddisfatta mi
avesse assopito a sufficienza, avrei trovato un cantuccio e lì mi sarei fatto
un giaciglio con dei giornali vecchi. Avrei aspettato il sonno senza fretta,
senza contare i minuti uno per uno come fossero pecore, ma conversandovi
piacevolmente, perché loro, per quanto fugace sia la loro esistenza, avrebbero
avuto sicuramente qualcosa da raccontarmi.
“ Figlio mio, ancora qua! E’ quasi la mezza, che ne dici di
levare un po’ le tende che me ne torno a casa anch’io?”
Mi voltai, e vidi un mocio un po’ mal ridotto, con tutte le
fettucce di pezza in aria, come uno
scienziato ammattito. Bastò voltarmi ancora un poco per incontrare lo sguardo
spazientito della donna delle pulizie. Non ci potevo credere, mi ero distratto,
mi aveva visto, ed ormai era troppo tardi.
La signora mi osservò silenziosa finchè io, raccolti i miei
libri, le penne e i miei poveri sogni
stropicciati, mi feci mangiare, come tutti gli altri, dalle grandi mandibole,
con quelle grosse fauci gocciolanti di pioggia, della porta d’entrata della
biblioteca.