venerdì 9 novembre 2012

La parola che nessuno riesce a dire


Non aveva nulla. Nulla di più di quello sgangherato cesto di vimini con qualche panno e i ferri per lavorare a maglia. Certo aveva anche un paio di occhiali, sempre incerti sulla punta del naso, ed ogni tanto se li doveva spingere su con le dita per vedere meglio i suoi intrecci di lana.
Se ne stava all’angolo della strada, dalla mattina fino alla sera, dondolandosi sulla sua sedia sfilacciata.
“ Lo vuole un bel cappello di lana?” chiedeva ad i passanti, senza mai alzare lo sguardo dai suoi lavori, ma solo prendendo tra i nodi delle sue vecchie dita qualche banconota se qualcuno si fermava da lei.
Quando ormai si era fatta sera e ad ella non bastava più nemmeno la luce dei lampioni, raccoglieva i suoi stracci e le sue ossa stanche per rimettersi in cammino, seguendo ombre di luce.
Si appoggiava con il fianco ai muri, per capire bene dove andava, che quei muri lei li conosceva come le sue tasche.
Così, passo dopo passo, la vecchia raggiungeva la spiaggia, e si assopiva intirizzita dal freddo, con solo uno scialle raggomitolato sul grembo, e la presenza insistente della sua inquietudine.

martedì 6 novembre 2012

I miei sogni stropicciati



Si faceva sempre più buio, e sul soppalco di legno della biblioteca , nel silenzio, le ombre si stringevano sempre più attorno ai tavoli illuminati.  Gli oblò crepitavano sotto le dita della pioggia, ma non si riusciva a vedere nulla oltre il vetro, perché la polvere e le foglie marcite ci avevano tessuto sopra una tenda pesante.
Uno ad uno gli studiosi abbandonavano le loro postazioni, e sparivano oltre le porte dell’entrata,che li inglobava come grandi fauci per poi farli sparire nel buio.
Io invece non sapevo proprio muovermi dalla mia sedia: mi ero così plasmato ed assuefatto a quella dimensione silenziosa, popolata di scricchiolii e fruscii di fogli, e polvere di austeri libri ritti nei loro scomparti, che ciò che c’era fuori, oltre quelle grandi fauci dove già si addensava l’ombra , quasi mi spaventava. Una cosa imbarazzante. Sorridevo fra me e me, che cavolata.
Ma sotto sotto sapevo, che invece era vero.
Forse dovevo rimanere lì, in un regno senza tempo, ad ascoltare i discorsi metallici delle macchinette di merendine, a girovagare; su per le scale, giù dalle scale, nell’atrio odoroso di caffè stantio, tra gli scaffali.
Chi aveva bisogno del mondo lì fuori? ( Che poi, questo mondo esterno, c’era veramente?)
Mi sarei nutrito del latte caldo delle macchinette di caffè, come fossero una mamma lupa; avrei imparato tutte le lingue, antiche e moderne; avrei viaggiato tutto il mondo in lungo e in largo tenendo gli atlanti spalancati sulle mie ginocchia; avrei tradotto il greco dal latino e il latino dal greco.
Certo, era proprio così.
Sapevo già come fare: quando all’orario di chiusura, ovvero a mezzanotte, i custodi avrebbero controllato se ancora qualche studente si fosse attardato sui libri, io, mi sarei nascosto nei magazzini, dietro una pila di scatoloni ripieni di scartoffie, silenzioso e scaltro come una faina. Una volta  spente le luci e chiusa la porta d’entrata, me ne sarei sgattaiolato fuori dal mio nascondiglio, e avrei acceso solo qualche lampadina, qui è là, così che la biblioteca sembrasse una trapunta di stelle o un bosco pieno di piccoli fuochi.
Avrei desinato sulle poltrone dell’atrio con delle barrette al cioccolato e i cracker al riso soffiato, leggendo qualche vecchio libro che nessuno voleva leggere. Poi, quando il tepore della pancia soddisfatta mi avesse assopito a sufficienza, avrei trovato un cantuccio e lì mi sarei fatto un giaciglio con dei giornali vecchi. Avrei aspettato il sonno senza fretta, senza contare i minuti uno per uno come fossero pecore, ma conversandovi piacevolmente, perché loro, per quanto fugace sia la loro esistenza, avrebbero avuto sicuramente qualcosa da raccontarmi.
“ Figlio mio, ancora qua! E’ quasi la mezza, che ne dici di levare un po’ le tende che me ne torno a casa anch’io?”
Mi voltai, e vidi un mocio un po’ mal ridotto, con tutte le fettucce di pezza in aria,  come uno scienziato ammattito. Bastò voltarmi ancora un poco per incontrare lo sguardo spazientito della donna delle pulizie. Non ci potevo credere, mi ero distratto, mi aveva visto, ed ormai era troppo tardi.
La signora mi osservò silenziosa finchè io, raccolti i miei libri, le penne  e i miei poveri sogni stropicciati, mi feci mangiare, come tutti gli altri, dalle grandi mandibole, con quelle grosse fauci gocciolanti di pioggia, della porta d’entrata della biblioteca.